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storie e poesie






QUERCIA ABBATTUTA



Tu giaci, quercia; e quante volte, al blando 
tuo rezzo verde che il villino ombrava, 
vedesti i bimbi, in compagnia dell'ava, 
saltar d' intorno a lei, rosei vociando!

Ed or che il verno addensa la bufera, 
or che a colpi di scure ad una ad una 
cascarono le tue braccia sfrondate, 
gioconderai d’alacri vampe a sera 
le veglie della casa, ove raduna 
l'avola i bimbi a novellar di fate; 
mentre in lei fisse, trepide, incantale, 
le testine auree nell'opaca sala 
splendono al focolare, in cui s'esala 
il tuo spirito antico, alto fìammando. 



Firenze


Un limpido sorriso il mattutino
aere inazzurra, e umida di guazza
si rianima al dì, col suo divino
popol di statue, la divina piazza.
Sui dolci poggi là del Casentino
sfumano accese al vento che le spazza
nuvole d'oro: qui nel ciel turchino
un'allegria di rondini schiamazza.
Maggio trionfa. Del suo riso, in festa,
ridon le antiche vie, gli atri severi,
gli affreschi d'ogni loggia e d'ogni sala.
E la città dei fiori àpresi a questa
onda d'incensi, che da' suoi verzieri
e dalle ville fiesolane esala.






La morte di Anita

E Anita muore. Quella bruna testa, 
che passò fra i baleni alta e tranquilla 
sotto un perpetuo rombo di tempesta, 
langue riversa, mentre il vespro brilla,
sopra un guancial pietoso, aprendo immota
sul dolce Eroe la vitrea pupilla.

Fissando ancor la cara faccia nota,
ecco velarsi l'occhio moribondo
che in una lenta lacrima le nuota,
e tutto, a quel velato occhio profondo,
impallidire su la ravegnana
pineta il cielo e scolorire il mondo.

Come un lamento d'anima lontana,
per la penombra che quieta scende,
piange per l'aria un pianto di campana.
Anita muore. Levasi e s'accende
quel cereo viso a un tratto: al guarda inerte
forse un' estrema vision risplende.

Oh verdi, interminabili, deserte
distese della Pampa! Oh pascolanti
saure, del fren della sua mano esperte!
vi ella crebbe con l'alte erbe ondanti,
ivi Ei le apparve, biondo come il sole,
e la guardò cogli occhi scintillanti ...

Sfumavasi in pallori di viole
l'adriaco vespro, e all'amor suo nel petto,
fra quell'umide mura ignote e sole,
ella piegò. Con ansioso affetto,
ei la chiamò, chiamò con passione
impetuosa il bel nome diletto:
e in desolata disperazione
la violenza del compresso duolo
dal cuor gli uscì. Quel core di leone
poteva ormai ben piangere: era solo.

Giovanni Marradi







Giovanni Marradi nacque a Livorno il 21 settembre 1852 e morì a Livorno il 6 febbraio 1922 
Letterato e poeta risorgimentale, celebre per temi patriottici (Rapsodie Garibaldine) e amorosi (Canzoni moderne e Fantasie marine). Studiò a Pisa e Firenze e si distinse nella sua carriera di insegnante in varie università, come ispettore a Massa Carrara e critico letterario.nInneggiò poeticamente a Guglielmo Oberdan, augurando la maledizione rivoluzionaria degli slavi sull'Impero Austro-Ungarico. Fu sepolto nel Famedio di Montenero, a Livorno.
Fonte Wikipedia

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