Il 2 ottobre 1879 nacque Wallace Stevens, poeta statunitense

Dame unite d’America
Le foglie non bastano a coprire la faccia
che indossa. Così s’espresse l’oratore: “La massa
è nulla. Il numero di uomini in una massa
d’uomini è nulla. La massa non è più grande
del singolo uomo della massa. Ogni massa
promulga il proprio paradigma.” Le foglie
non bastano a celare la faccia dell’uomo
di questa massa morta e di quella. Il vento si può
colmare di facce come di foglie, soffiare folate di bocche,
e di bocche che piangono e piangono giorno dopo giorno.
Potrebbero essere noi stessi, noi stessi risonanti,
le nostre facce che ruotano attorno a una faccia centrale
e poi di nuovo novunque, via via lontano?
Eppure una faccia continua a tornare (mai quella),
la faccia di un uomo della massa, mai la faccia
che l’eremita su una lingua di sabbia avrebbe visto,
mai il politico nudo istruito
dal saggio. Le foglie non bastano a incoronare,
a coprire, incoronare, coprire – e dillo –
l’attore che alfine declamerà la nostra fine.

Uomo e bottiglia
La mente è la grande poesia dell’inverno, l’uomo,
che per trovare quanto possa bastare
distrugge dimore romantiche
di rosa e ghiaccio
nella terra della guerra. Più che l’uomo, è
un uomo con la furia d’una razza d’uomini,
una luce al centro di molte luci,
un uomo al centro di uomini.
Deve soddisfare la ragione sull’essenza della guerra,
deve persuadere che la guerra è parte di se stessa,
una maniera di pensare, un modo di
distruggere, come la mente distrugge,
un distogliere, come una delusione antica volge
le spalle al mondo, una vecchia tresca con il sole,
un’aberrazione impossibile con la luna,
una volgarità di pace.
Non è la neve che è pagina, penna.
La poesia sferza più feroce del vento,
mentre la mente, per trovare quanto possa bastare,
distrugge dimore romantiche di rosa e ghiaccio.

Sonà
Il mondo fisico stasera è insensato
e non ve n’è altro. C’è Già-ahi-me, seduto
che suona la chitarra. Già-ahi-me è una belva.
O forse la chitarra è una belva o forse sono
due belve. Ma della stessa razza – due belve coniugali.
Già-ahi-me è la belva maschio… un imbecille,
che schiocca un suono. La chitarra è un’altra belva
sotto al suo tip tap tap. E’ lei a rispondere.
Due belve ma della stessa razza e poi non belve.
Eppure due non proprio della stessa razza. Qui è così.
Vi sono molte di queste belve che non si vedono mai,
si muovono in modo che i passi siano lievi e quasi nulla.
Oggi pomeriggio il vento e il mare erano così…
E dopo un po’, con Già-ahi-me addormentato,
un gran giaguaro in corsa provocherà un flebile fruscio.

Conversazione continua con uomo silenzioso
La vecchia chioccia bruna e il vecchio cielo celeste,
tra i due si vive e si muore –
la ruota di carro spezzata sul colle.
Come se, al cospetto del mare,
asciugassimo reti e rammendassimo vele
e parlassimo di cose senza fine,
della tempesta senza fine del volere,
un volere e numerosi voleri, e del vento,
dei numerosi significati nelle foglie,
ridotti a uno sulle soglie,
anello, di quella tempesta, con la masseria,
la catena che chioccia turchese e cielo legava
e la ruota spezzatasi mentre il carro passava.
Non è una voce che sta sulle soglie.
Non è un discorrere il suono che sentiamo
in questa conversazione, ma il passo
delle cose nel loro muoversi: l’altro uomo,
il mostro turchese che si aggira dabbasso.

Della superficie delle cose
Nella mia stanza il mondo è al di là della mia capacità di capire;
ma quando cammino vedo che consiste di tre o quattro colline e una nuvola.
Dal mio balcone scruto l’aria gialla,
leggo ciò che ho scritto:
“La primavera è una bella che si sveste”.
L’albero d’oro è blu.
Il cantante s’è alzato il mantello sul capo.
La luna è nelle pieghe del mantello.

Wallace Stevens nacque a Reading il 2 ottobre del 1879 e morì a Hartford il 2 agosto 1955.
Studiò giurisprudenza ma lasciò l'avvocatura per lavorare a Hartford come dirigente di una società di assicurazioni. Poeta di grande mestiere, fu sensibile a influenze della poesia europea, in particolare francese, da Baudelaire a Corbière e a Mallarmé. Nonostante i molti echi dei grandi romantici inglesi, soprattutto John Keats, la sua poesia va letta nel contesto del rinnovamento del linguaggio compiuto dal Modernismo letterario angloamericano.
Dalla raffinata ed enigmatica eleganza della prima raccolta Harmonium (1924) alle riflessioni più politiche di Ideas of Order (Idee di ordine, 1936), ai poemi della tarda maturità, Stevens approfondisce il rapporto dialettico realtà-fantasia, con una spettacolare serie di variazioni e con una grandiosità progettuale ed esecutiva che lo impongono come uno dei poeti più consapevoli e compiuti del Novecento non solo in America. Nel 1955 la raccolta delle sue poesie gli valse il Premio Pulitzer per la poesia. In Italia la poesia di Stevens fu tradotta tempestivamente nel 1954 da Renato Poggioli, che intrattenne un'ampia corrispondenza con Stevens e ne citò stralci nel commento alla raccolta Mattino domenicale ed altre poesie (1954). Dagli anni 1980 sono apparse numerose altre traduzioni commentate, anche se Stevens rimane un poeta per poeti sia in America che all'estero.
La rivista semestrale The Wallace Stevens Journal, edita dalla Wallace Stevens Society, è interamente dedicata a studi di carattere specialistico del poeta di Hartford, ma comprende anche omaggi di poeti americani ed europei. Infatti Stevens è uno degli scrittori del Novecento su cui la critica si è più soffermata e continua a dibattere. Lievemente inferiore è stato il suo influsso in Inghilterra. Si veda il volume di saggi critici Wallace Stevens Across the Atlantic, a cura di Bart Eeckhout e Edward Ragg, prefazione di Frank Kermode (Hampshire, Palgrave, 2008).
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