Il 10 gennaio del 1902 nacque a Slavonska Požega, Dobriša Cesarić, poeta croato († Zagabria 1980)
Dopo aver trascorso i suoi primi anni di vita a Osijek, Dobriša Cesarić si trasferì nel 1916 a Zagabria dove compì gli studi superiori ginnasiali e universitari frequentando la facoltà di filosofia, e quindi intraprese le attività di bibliotecario e di pubblicista. Contemporaneamente ad i suoi corsi di studio, Cesarić sin dalla adolescenza si dilettò a scrivere versi ed il suo esordio è datato proprio intorno all'età di quattordici anni con la lirica intitolata I ja ljubim. Gli argomenti peculiari e ricorrenti presenti nelle sue opere risultarono le bellezze della natura, come nel caso di Jesen ("Autunno") e Kasna jesen ("Tardo autunno"), ma anche immagini tristi, malinconiche e luttuose come in Mrtvac ("Il morto"), e infine ricordi di vite andate, vedi il caso di Pjesma o kurtizani ("Canto della cortigiana") e Cirkuska skica ("Schizzo di circo"). Lo sfondo pessimistico che incombe in molte liriche di Cesarić accompagnò sia i toni riflessivi e intimistici sia gli slanci sociali e umanitari ben rappresentati nella Balada iz predgradja ("Ballata del sobborgo") e in Mrtvancica najbjednijih ("Obitorio dei più miseri"), opere che focalizzano l'attenzione intorno alle problematiche delle periferie urbane. Viceversa, in altre liriche appare una espressione di ottimistica fiducia nella vita umana, nei valori e nella società, come evidenziato in Zidari ("Muratori"), in Spoznanje ("Conoscenza") e in Na novu plovidbu ("Ad una nuova navigazione").Le raccolte più prestigiose di Cesarić si rivelarono Lirika ("Lirica") del 1931, Izabrani stihovi ("Versi scelti") del 1942, Pjesme ("Poesie") del 1951 e Goli căsovi ("Momenti nudi") del 1956.Tra gli scrittori preferiti da Cesarić, e che maggiormente lo ispirarono si possono citare quelli in lingua germanica e slava, da (Goethe, ad Heine e Rilke, da Puschkin, a Lermontow e Jessenin).
NUBE (Oblak)
Verso sera, all’improvviso,
Inosservata si direbbe,
Sola sovrastando la città,
Apparve una nube.
Il vento in alto la cullò,
Essa divenne tutt’accesa.
Però lo sguardo della gente,
Fu fisso sulle cose in terra.
Ciascuno bramò qualche meta:
Il pane, il potere o l’oro,
Ma la nube – stillando beltà –
Seguiva il proprio cielo.
E navigava sempre più su,
Quasi a Dio salir volesse,
Il vento in alto la cullò,
Il vento in alto la disperse.
FERROVIA (Željeznicom)
Palo del telegrafo, palo del telegrafo,
Campagna ghiacciata,
Sguardo sazio e ottuso,
Vita svogliata.
Si susseguono paesi e fermate,
Ma la tristezza, la tristezza dura.
La porto di stazione in stazione,
La porto di frontiera in frontiera.
Mi sento una ruota di vagone,
Da una Forza avanti portata
E sospinta,
Ma che in eterno, attorno all’asse,
Gira, gira.
MATTINO D'AUTUNNO (Jesenje jutro)
Mi vestìi.
Mi accostai alla finestra,
Vidi fuori: l’autunno.
Entra l’amico col mantello bagnato
E tutta la stanza profuma di pioggia.
Non dice nemmeno: ciao!
Si accomoda.
Esaltato
Pronuncia: «L’autunno».
Fu così fresca quella parola
Quasi un’arancia sul ramo
Dopo la pioggia.
(LIRICA, 1931)
BALLATA DEL SOBBORGO (Balada iz predgradja)
…E versa all’angolo un fanale
Luce rossastra e gialla
Sul fango denso presso un vecchio recinto
E qualche mattone per strada.
È povera la gente che entra
In quella luce dal buio,
Con i soliti pensieri sul viso,
E in fretta l’attraversa.
Però una sera qualcuno non c’è,
E doveva passare;
Il fanale arde,
Arde nella nebbia,
Ed è notte già.
Non c’è domani, né dopodomani,
Dicono che malato giace,
Non c’è per un mese, per due mesi,
Ed è inverno,
E nevica…
Passa la gente come finora,
Già maggio odora –
Solo lui non c’è, non c’è, non c’è,
Più non ci sarà.
E versa all’angolo un fanale
Luce rossastra e gialla
Sul fango presso un vecchio recinto
E qualche mattone per strada.
Dobriša Cesarić
Letto volte.