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Magicamente
storie e poesie
Vincenzo Russo (Napoli, 18 marzo 1876 – Napoli, 11 giugno 1904)
è stato un paroliere e poeta italiano.



" Seminando... delitti "

Lentamente prendo forma
ancor prima che tu dorma,
accettasti il seme altrui
per dar luce ai giorni bui;

la conferma dal dottore
nel tuo ventre c'è l'amore,
sento anch'io che voi sentite
i miei battiti del cuore;

mamma sai, ho già la bocca
per urlare a chi ti tocca,
le mie dita ad una ad una
per portarti sulla luna;

piangi lacrime di gioia
perché sono forte e sano,
dal tuo ventre conto i giorni,
finchè luce alla tua mano;

poi di notte nel tuo letto,
sembrerà forse un dispetto,
sveglierò il tuo sonno, il seme,
tu lo sai, ti voglio bene;

ma perché t'irrigidisci?
Batti forte sulla pancia,
mamma attenta, mi fai male,
sento schiaffi sulla guancia;

mamma guarda le mie dita,
tu… che mi darai la vita,
non mi spiego perché mai
ora pensi siano guai;

sarò grande, al compleanno,
darò forza ad ogni affanno,
il tuo uomo nel futuro,
come burro ogni tuo muro;

ma perché permetti tanto,
non mi hai fatto respirare,
strangolato da un dottore
resto seme senza amare!





" Una Stella "

E riuscirai a capire
perché una stella cade,
la luce che si spegne
sul pianto di tua madre;

speranza di ogni sera,
i miei occhi nel blu,
Sia mio! In quella stella,
il sogno mio... sei tu;

osservo la sua scia,
abbandona l'Universo,
risposta nella Fede,
credevo d'aver perso;

di notte un tuo vagito,
staremo svegli insieme,
farò danzar la culla,
abbraccerò il mio seme;

nel caldo dell'estate
il mondo affronteremo,
ad ogni compleanno
mi calmerai se tremo;

regina delle notti
quella più luminosa,
nel cuore di ogni uomo
c'è un sogno che riposa;

quel sogno che si sveglia
di sera in riva al mare,
quando ogni onda, schiuma...
e tu sei lì ad amare;

mi parlerai di lei...
in questa notte immensa,
più su... tra mille fiaccole,
profumi di San Lorenzo;

se cadi, ti rialzerai,
pronto ad andar veloce,
se ospiterai nell'anima,
il Cristo e la sua Croce;

bussola della vita
nel cielo la tua stella,
sarà luce negli occhi…
tua madre... Raffaella.




" Lo scopo "

Prima di addormentarlo
ho scelto calze a rete,
rossetto color carne,
spero ne avranno sete,

nel mio corpetto in pizzo,
scendo giù per le scale,
di notte incontro il mondo,
è un atto maniacale,

puntuale come un rito,
quell'albero è il mio posto,
due occhi, ma senz'anima,
spogliarmi ad ogni costo,

il fuoco mio compagno,
non mi tradisce è certo,
renderò conto a Dio
delle mie gambe aperte,

un giorno t'innamori
di chi non ebbe cuore,
scappò come coniglio,
avevo in ventre un figlio,

grande forse sei anni
quando restai da sola,
mai nella vita un giorno
tra i banchi della scuola,

ho solo un desiderio,
questo mi sia concesso,
non giudichi dal seno
chi paga per il sesso.

Risalgo quelle scale
sperando dorma ancora,
nel letto accanto a lui
prima che sia l'aurora,

riscalderò il suo latte,
con le mie cinque dita,
sceglierò tacchi a spillo,
gli insegnerò la vita.





" La strada "

Portami ancora al bosco,
come da ragazzino,
con ansia nel mio buio
speravo in quel mattino,

tra l'erba a piedi nudi
parlavi di mio nonno,
di quando il tuo papà
vegliava sul tuo sonno.

Portami in riva al mare,
ora che sono grande,
fammi guardare il cielo,
pescando tra le onde,

col sale tra i capelli
mi guardi compiaciuto,
so bene... tu sei l'unico
a correre in mio aiuto,

Portami in cima al monte,
non mi lasciar le mani,
la tenda mia sei tu...
sei tu, il mio domani,

ovunque intorno è neve,
mi scaldano i sorrisi,
fermerei tempo e passi,
mai essere divisi.

Portami tra le nuvole,
ora che sono vecchio,
ti sembrerà, guardandomi,
di essere allo specchio,

ginocchia sanguinanti,
striscerei per un miglio,
finchè tu possa amarmi,
gioire con mio figlio.

Portami in Paradiso,
vorrei parlare a Dio,
papà... ovunque vai,
vorrei venire anch' io.




" La culla "

Ancora una notte al buio.
Gli manca la tua favola,
gli manca di dormire
con te sulla sua nuvola,

culla come in caserma,
allineata, uguale,
culla di sogni infranti,
prigione senza ideali,

luna, singhiozzi e pianti,
le lacrime di tanti,
pronte a testimoniare,
i figli li devi amare,

non per volere loro
nati per respirare,
ma fu per vostra scelta,
quella di procreare,

attimi di piacere,
godere e non sapere,
gocce d'amore in frutto,
per dare vita a lutto,

mi chiedo perché mai
sono i destinatari,
di un incubo infinito,
di vivere la vita.

Ora di notte è luce.
Gli danno sicurezza,
anticipando i sogni,
un bacio e una carezza,

sono davanti a loro
con quelle cinque dita,
precedono ogni passo,
gli insegnano la vita.

Madre non ti conosce,
quel dì lo abbandonasti,
ha pianto i tuoi sorrisi,
per ciò che non dicesti.

Madre piangi il tuo figlio
per ciò che non ti ha dato,
ormai non ha più lacrime
da quando fu adottato.





"Una finestra sul mondo"

Oscurate le stelle di una primavera a Sarajevo,
polverizzato sogni in un Settembre americano,
confinato la libertà delle donne in centimetri di Burka,
giustificato bombe per un metro a Betlemme,
intriso di sangue un sipario sovietico.

Uomo per te stesso, uomo per gli altri,
destinatario unico del dono più prezioso,
gratuitamente concesso... la vita.
Non dico di donarla, ma neppure di sottrarla,
meritala, affrontala, ma soprattutto difendila.

Prendi un cuore nuovo,
non dargli la misura che sia solo il tuo petto,
la sua forma rotonda dovrà abbracciare il mondo,
occhi a mandorla, treccine come indiani,
che parli una sola lingua tra Curdi e Pakistani.

Nutrilo con il cibo della solidarietà,
svestilo delle forme che siano atrocità,
difendilo con le armi, quelle della bontà,
curalo con le pillole di una nuova umanità,
donalo a chi ne ha bisogno, un giorno ricambierà.

Sarà! Il faro per approdare ai sogni,
la pista per atterrare sui sogni,
l'acqua per dissetarsi dei sogni,
la passione per credere nei sogni,
la fede per sperare nei sogni.

Chi vive ha il diritto di sognare, i sogni alimentano la vita,
prendi tutte le fiaccole del cielo,
scrivi alto, visibile da ogni angolo della Terra,
che l'unica forma di condanna che l'uomo può attuare
è la VITA!




Vincenzo Russo :
---Poeta del popolo---





I suoi versi sono famosi in tutto il mondo, I’ te vurria vasà , Maria Marì, Torna Maggio
sono solo alcune delle sue canzoni eppure pochi uomini di talento sono stati condannati all’oblio quanto lui.

La sua biografia è stata a lungo tracciata sul filo dell’aneddoto, è stato descritto come analfabeta, triste, dispensatore di numeri al bancolotto. Adesso sappiamo che è tutto falso o esagerato, dobbiamo ringraziare il ricercatore Ciro Daniele, che da più di vent’anni studia la canzone napoletana , è merito suo se oggi sappiamo tutto sulla breve vita di questo poeta. Il perché di questa ingiusta condanna all’oblio forse la troviamo proprio nel suo atto di nascita: Russo vide la luce nella Napoli dei miseri e non se ne staccò mai, restò sempre estraneo alla parte dorata dell’ambiente della canzone.
Nasce a Napoli sezione Mercato il 18 marzo 1876 alle ore 12,00, il padre Giuseppe, calzolaio e la madre Lucia Ocubro, donna di casa, anche i testimoni erano sottoproletari , un guarnimentore, ossia uno che adornava le carrozze e un fabbro. Quest’atto di nascita è una istantanea dell’ambiente. Per motivi di salute non frequentò le scuole elementari, l’umidità della casa insieme ad una alimentazione precaria minò la sua salute e quella dei suoi fratelli, ma ciò nonostante raggiunse un discreto grado di istruzione, frequentando i corsi serali per operai .
Dopo la morte del padre, dovendo contribuire al bilancio familiare, trovò lavoro come guantaio, ormai era convinto di dover dire addio alla poesia, finché non incontrò il musicista Eduardo Di Capua, famoso per la musica di ‘O sole mio. Il sodalizio produsse alcune belle canzoni tra cui il loro primo capolavoro,
Maria Marì, che ottenne grande risonanza mondiale.
Il passaggio del secolo Vincenzo lo passò a letto con la febbre, il primo dell’anno gli venne a fare gli auguri l’amico Di Capua che gli disse di aver ricevuto un anticipo dall’editore Bideri ovviamente da dividere, Di Capua gli regalò una serata al Salone Margherita dove si esibiva Armando Gill,
all’uscita Russo fece scivolare nelle tasche dell’amico i versi di





“ I’ te vurria vasà “
Ah! Che bell'aria fresca... 
Ch'addore 'e malvarosa... 
E tu durmenno staje, 
'ncopp'a sti ffronne 'e rosa! 
'O sole, a poco a poco, 
pe' stu ciardino sponta...
'o viento passa e vasa 
stu ricciulillo 'nfronte! 
I' te vurría vasá... 
I' te vurría vasá... 
ma 'o core nun mm''o ddice 
'e te scetá... 
'e te scetá!... 
I' mme vurría addurmí... 
I' mme vurría addurmí... 
vicino ô sciato tujo, 
n'ora pur'i'... 
n'ora pur'i'!... 
Tu duorme oje Rosa mia... 
e duorme a suonno chino, 
mentr'io guardo, 'ncantato, 
stu musso curallino... 
E chesti ccarne fresche, 
e chesti ttrezze nere, 
mme mettono, 'int''o core, 
mille male penziere! 
I' te vurría vasá... 
............................ 
Sento stu core tujo 
ca sbatte comm'a ll'onne! 
Durmenno, angelo mio, 
chisà tu a chi te suonne... 
'A gelusia turmenta 
stu core mio malato: 
Te suonne a me?...Dimméllo! 
O pure suonne a n'ato? 
I' te vurría vasá..

Il giorno dopo Di Capua aveva già composto la musica : " La sognavo proprio così" disse Russo "" Ce la pagheranno bene? Non fu così, nessuno dei grandi autori della canzone napoletana si è mai arricchito. La canzone arrivò seconda ad un concorso e dovette spartire la somma del secondo premio con altre tre canzoni, a Vincenzo Russo non restò molto, comprò medicine.
La vene poetica del Russo ormai era sul malinconico animata da donne restie a concedergli affetto, i nomi erano diversi, Carolina, Maria, Carmela ecc..Ma tutti questi nomi erano solo un modo per proteggere l’identità dell’unico suo amore, come risulta dalle memorie della famiglia, Enrichetta Marchese, figlia di un gioielliere dirimpettaio di Russo, Enrichetta tutte le domeniche andava a messa con il calesse, chiedeva al cocchiere di rallentare quando passava sotto la finestra di Russo, alzava lo sguardo per incrociare quello del poeta, la ragazza non era insensibile a quell’affetto muto, ma la differenza di censo era troppa e i suoi non vollero neanche prendere in considerazione l’ipotesi di una loro unione.
Nel mese di giugno del 1904, Vincenzo Russo ormai molto malato, si alza dal letto, va alla finestra e guarda la chiesa di fronte tutta addobbata con ghirlande di fiori e piante, Enrichetta si sposa, lui non riesce a stare in piedi, torna a letto, chiede al cognato, che lo assiste, di prendere un foglio, vuole dettargli qualcosa, gli detta:
L’urdema canzona mia! 

…. Pe’ me tutt’è fernuto!
Addio, staggione belle,
addio, rose e viole,
i’ ve saluto.

La canzone è indirizzata all’amico Di Capua ma chissà in quale modo il foglio, con i versi finisce nelle mani di Enrichetta Marchese che lo piega fino a farlo entrare in un medaglione che terrà al petto fino all’ultimo dei suoi giorni.

La storia dell’ urdema canzone mia è talmente bella e non può essere sciupata, anche se dall’archivio delle chiese della zona non risultano matrimoni in quei giorni.

Letto volte.

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