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Magicamente
storie e poesie

Un rischio mortale


Potrebbe essere un episodio, una parentesi, un'avventura: a questo si erano preparati, prevedendo una cornice intessuta di fiori, gentilezze, sorrisi lievi come carezze e carezze intenzionali. Lei sui polsi ha spruzzato profumo, la barba di lui appare fresca di rasatura. Per piacere e piacersi, aperti ad ogni eventualità. Ma le possibilità non sono infinite, la scena assomiglia inevitabilmente a tante altre: per scenografia, costumi, trucco. Il grande specchio sulla parete restituisce di ambedue un'immagine gradevolmente sfocata: le luci soffuse del locale garantiscono un'imprecisione molle, e l'opportunità di non svelarsi.
Tutto già visto: uno spot pubblicitario ben confezionato. Così, con un affacciarsi intristito di noia gli occhi di lei si perdono, vagano senza interesse, registrano passivamente l'evolversi elegante del colloquio amoroso, certamente avviato ormai verso il finale che ambedue hanno costruito.

Richiamato da un'anomalia lo sguardo di lei si fa vicino, presente, e l'armonia tanto ben costruita improvvisamente s'incrina: la camicia di lui, un polsino stirato così male che intorno alle cuciture si accavallano piegoline disordinate. Lei porta la mano al viso perché dai polsi il profumo salga a rassicurarla, chiude gli occhi ostinata perché tutto torni com'era. Ma quel polsino l'attrae come una calamita, come un gancio nel quale la trama intessuta si impiglia e si strappa, irrimediabilmente: perché un polsino così rompe la perfezione e la maschera, ti costringe a chiederti chi è stato, chi c'è e cosa dietro la compattezza organizzata con cui ci si presenta al mondo. 

Lui segue lo sguardo e se ne inquieta, drizza le spalle e la manica torna a cadere perfettamente, a coprire: per riannodare il filo, per ricucire lo strappo imprevisto, tenendosi eretto le porge il fuoco per la sigaretta. Una sigaretta per guadagnare tempo: il tempo che sana le ferite, che rinserra perfino le fessure più incaute e rischiose. Ma la fiamma illumina una contrazione minuscola del labbro, la brace sottolinea il tic quasi impercettibile che denuncia la parte fragile di lei, il pezzo di sé che generalmente la maschera non lascia trapelare.
Il film, il balletto prima brioso e fluente, oramai si è inceppato, i gesti hanno perso di armonia, il desiderio complicandosi si è incupito. Immobili e rigidi, sembrano robot disattivati: fra di loro, a separarli, come un groviglio di cavi, con la guaina protettiva liquefatta, sparita. Fili disordinati e imbarazzanti: da riunire in maniera diversa e dinamica, per comunicare davvero; oppure fili da troncare, per non rischiare il cortocircuito comunque in agguato.
La crepa va allargandosi, cercando puntelli lui saggia il ricorso alle premure formali. Chiede:
- Vuoi ancora qualcosa?
Ma la domanda assume troppi significati, c'è quel groviglio nudo in mezzo a loro, così lei subito risponde:
- No.
Precipitosamente, dimenticando il "grazie" della cortesia. Ogni parola è ormai una scelta, un segnale. Il silenzio che torna ad avvolgerli è il crocevia di tutte le emozioni possibili. Evitano di guardarsi, ciascuno sa cosa raccontano gli occhi dell'altro e ha paura di specchiarvisi.
C'è un rumore da qualche parte, lui ha un'occasione per voltarsi e come una ladra lei ne approfitta per carezzargli con gli occhi il collo, la piega dolce della mascella, le mani che forse potrebbe amare.
- Chissà cosa sarà stato, - dice lui, e mentre torna a girarsi per un istante i loro occhi si incontrano: due laghi di paura, masse d'acqua minacciose e senza argini. Come si fa. Come si fa a correre un rischio così grande, aprire le chiuse e le chiavi condividerle con un altro, accettare il contatto può significare bruciarsi, perdersi per sempre, non trovare mai più il bandolo e la cima: offrirsi disarmato a chi può ucciderti per noncuranza, basta solo l'assenza e lo specchio non ti rifrange più.
Il tempo sta scadendo, fra poco andranno via, a ricomporre in solitudine la maschera o la faccia: salvi per
mediocrità. Per andarsene, per riprendere ciascuno la propria strada grigia occorrerà un passo franco, la scioltezza disinvolta e lontana dell'inizio: i corpi anchilosati prendono ad esercitarsi in piccoli movimenti non compromettenti. Lei sbriciola molliche di pane, lui sistema più volte il nodo perfetto della cravatta, mescolano a lungo lo zucchero del caffè.
Avviandosi al commiato, quasi pronta, lei si pettina i capelli con le dita: un gesto qualsiasi di verifica, un piccolo gesto che potrebbe essere definitivo. Però poi nel tornare la mano esita, è l'ultima occasione, il desiderio di affidarsi a una carezza è incongruo e forte ma lui così distante, certo sta cercando una bella frase per uscire dall'impaccio, un modo che cancelli per sempre l'incidente, le piegoline e le labbra, i nervi scoperti, la porta socchiusa: sulla faccia che neanch'io conosco di me, sulla voragine nera in cui io e te perdiamo i limiti e il controllo, non sappiamo più dove cominci tu e dove io finisco.
La mano di lei è ancora a mezz'aria, una radice aerea che può trovare alimento oppure ripiegarsi su di sé,
sterile. Con lentezza, con fatica le sue dita scendono a toccare il bicchiere in cui lui ha bevuto: occorre meno coraggio di così, per sollevare il mondo. Intinge il dito nel poco vino rimasto, lo passa sul bordo: una nota acuta e forte si sprigiona dall'attrito, lancinante per intimità e consapevolezza.
La sconfitta potrebbe scivolarle via dalle spalle: un gesto di lui, uno sguardo basterebbero a calmare il tremito forte che le muove le labbra. Ma lui ancora è prigioniero, murato nella sua fortezza: il bastione di cui si circonda è alto come la posta in gioco. Mescola ancora il caffè ormai freddo, rinviando un finale che non sa decidersi a scegliere. Girando girando il cucchiaino urta la tazza, il piccolo tintinnio resta sospeso nell'aria: ancora una possibilità.
L'altro suono si allarga nell'aria, rimbalza dalle pareti: acuto e atroce, magico e infantile.
Come un urlo, come una preghiera.
Come le trombe di Gerico, capaci di sgretolare muri, sbarre, palazzi splendenti di ghiaccio e di neve.
Poi il sibilo tace, in attesa: l'aria è libera adesso, e così vuota. Una volta, due, tre: il tintinnio della porcellana sta cercando un suo ritmo, una cadenza che si adatti a quel suono, che lo richiami e lo accompagni.
Quattro cinque sei: i due suoni si incrociano, diversi, tentando un accordo.
Sospeso e tiepido, il silenzio che nuovamente si impone è un vivaio, una serra: perché vi crescano parole e emozioni, per sperimentare incroci e innesti a pelle viva.

Carla Sereni

Da “Manicomio primavera”
 



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