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Magicamente
storie e poesie
FABIO AGUZZI 
La serenità della trasparenza 



Autoritratto 

Uno degli aspetti più misteriosi e affascinanti della creazione artistica è il rapporto tra l'opera e chi l'ha prodotta. Non è un rapporto di perfetta corrispondenza, come se il creatore avesse prodotto una copia di se stesso, o un suo riflesso in forma d'arte; non è di estraneità, considerato che l'autore è, rispetto alla sua opera, una sorta di matrice, un'origine. Esiste, insomma, tra i due termini, qualcosa che sembra una deviazione, o la rottura di un legame biunivoco. 




Ecco allora che un uomo apparentemente tetro di carattere, o privo di umore, può rivelarsi nell’atto creativo un artista ricco d’ironia, dallo spirito straordinariamente lieve. All'opposto, non sono rari i casi di psicologie solari soltanto in superficie, ma che in realtà racchiudono abissi di malinconia e visioni tragiche. 



Come si capisce da quanto racconta Max Brod di Kafka; che pare avesse un buon carattere e considerasse i suoi scritti degli esperimenti letterari assolutamente umoristici. Nel caso dei pittori quest’ambiguità del rapporto si fa sentire con assoluta immediatezza tutte le volte che li si conosce di persona, magari dopo aver ricevuto da una loro mostra un effetto forte e con poche incrinature. Mi è successo quando ho incontrato Fabio Aguzzi per la prima volta, conoscendone la poetica austera ed essenziale, basata su una tavolozza dai toni grigi, nebbiosi. 







Aguzzi di preferenza dipinge pianure, come delle distese morte e malate, antichissime. Le sue lande hanno qualcosa di primordiale, quasi comunicassero una sospensione del tempo in una dimensione preistorica. O una condizione al di là della storia. 




La prima reazione sarebbe pensarlo artista misantropo e fuligginoso, magari rapito in qualche sogno post-romantico o decadente. Ma proprio in questi casi opera il paradosso. Fabio Aguzzi è un uomo divertente e divertito, che quando gli confessi la tua paura di trovarti di fronte a uno spigoloso introverso, ti ribatte subito che il grigio è la somma dei colori più solari e che anche una macchia di color rosso ha sempre una venatura grigia. E ha ragione. La sua voce al telefono fa presagire già il personaggio. Suono baritonale il suo, figura gigantesca, prevedibile. 



Mi sono trovato, per l’appunto, di fronte a un giovane signore di campagna, a un professore dagli occhi chiari, protetti da lenti da miope, lo sguardo è di chi è curioso del mondo esterno, ma di chi sa anche parlare con se stesso. 



Aguzzi non parla del passato, non ha aneddoti da proporre, legati a successi o insuccessi. Parla della sua casa, della madre, di una donna amata, rimasta per me senza nome, trovata un giorno e poi perduta. I suoi occhi chiari prendono una luce di una diversa coscienza quando egli si sofferma sul mestiere di pittore. 



Quando parla del suo lavoro lo fa con una spontaneità che confina con il candore, comunicando più con la sua energia, che per mezzo delle parole la forza misteriosa che porta un pittore a spezzare l'uniformità della tela bianca con un gesto di colore. 



E ti accorgi che è sincero quando dice che, di fronte a un foglio bianco, è più forte di lui, deve prendere in mano una matita. Forse la coerenza della sua pittura di nebbie, o il suo preferire l'inverno alla bella stagione, e l'assoluto nulla della campagna in cui vive, a Vidigulfo, tra Pavia e Milano, alle lusinghe della città, nascono dal suo essersi ritagliato una specie di zona neutrale. 



Un cantuccio tutto suo, al riparo dall’avventura che non sia mentale, e dall'instabilità che comunica la vita delle metropoli, frutto degli uomini e non del tempo immutabile della natura. Potrebbe essere, ma a rendere tale interpretazione un po' superficiale, c'è la constatazione che per lui l'isolamento non è voluto o cercato; è semplicemente un dato di fatto, per di più assolutamente trascurabile. 



Non si può parlare di una strategia d’isolamento, o, sul piano della sua poetica d'artista, di una riduzione deliberata del linguaggio pittorico per un calcolo, magari attento al gusto corrente. È qualcosa che deriva dal profondo, allo stesso modo della sua rigorosa semplicità di vita e di abitudini. 



Se Fabio Aguzzi dipinge questi quadri, sicuramente è perché non potrebbe fare diversamente, come non potrebbe abbracciare la bohème, o certe direzioni mentali delle avanguardie.




In questo c'è trasparenza, molta di più che nel rapporto tra la sua indole positiva e l'apparente malinconia dei suoi paesaggi: è la trasparenza di una reazione riuscita tra il suo desiderio di comunicare e la capacità di farlo. 



Ed è curioso e bello sentirgli raccontare con la medesima naturalezza che può passare intere giornate rapito davanti al cavalletto, spaventandosi della sua stessa energia di pittore, ma anche passare il suo tempo lavorando nell’orto, o al bar del paese giocando a carte con gli amici. 




Oppure starsene in poltrona a leggere Musil. Sono i misteri delle vite dei pittori. Fanno pensare e curano l'anima. 

Fonte : La tavolozza di Narciso di Paolo Levi


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