
Ridateci la mamma
Ridateci la mamma,
la mamma che faceva il pane nel suo lindo grembiule a quadretti,
tale e quale ai grembiuli che le cucivamo
durante le lezioni di economia domestica
per farle un’improvvisata
alla Festa della Mamma-
la mamma, che non aveva un lavoro
perché che bisogno c’era che ne avesse uno,
che ci impacchettava il pranzo da portare a scuola –
il panino al tonno, la mela,
i biscotti di farina d’avena avvolti in carta oleata –
con gli elastici che conservava in un barattolo;
che al nostro ritorno era sempre a casa,
a stirare
o a fare qualcosa di altrettanto noioso,
che faceva un fiacco sorriso da donna di fatica in trappola
quando le scivolavamo accanto
diretti al telefono,
pieni di scontrosità e disprezzo
e decisi a non diventare mai come lei.
Ridateci la mamma,
che voleva fare la pianista concertista
ma non ne ha mai avuto l’occasione
e ci ha fatto prendere lezioni di piano,
che non sopportavamo –
la mamma di cui mangiavamo con avidità
le rotelle di aspic e le insalate Jello,
anche se poi le disprezzavamo –
la mamma, che faceva il brasato, brava con le cipolle
ma in ansia quando aveva a che fare con l’aglio,
a cui regalavamo una padella nuova di zecca
ogni santo Natale –
proprio quello che desiderava –
la mamma con il rossetto scuro sulle labbra,
che sorrideva in bianco e nero
dalle pubblicità del sapone, dell’Aspirina e della carta igienica,
la mamma, con la sua vita segreta
di mal di testa e bucati macchiati
e mucose irritate –
la mamma, che conosceva la sporcizia,
e nascondeva la sporcizia, e faceva il lavoro sporco,
e non vedeva mai né noi
né se stessa abbastanza puliti –
e che credeva
ci fosse dell’altra sporcizia
di cui bisognava parlare ai bambini,
e non l’ha fatto,
perché sarebbe stata pericolosa solo in seguito.
Ci manchi, mamma,
anche se sei stata felicemente insultata
su libri e riviste
per avere rovinato i tuoi bambini
- che saremmo noi –
per non averli amati abbastanza,
per averli amati troppo,
per aver voluto troppo amore da loro,
per una certa incapacità di amare –
(la mamma, lasciata per la segretaria
dal marito che le ha pagato gli alimenti,
la mamma, che beveva da sola
il pomeriggio, guardando la TV,
che si tingeva i capelli di un’improponibile
sfumatura di rosso, che alle feste
flirtava con gli amici del marito,
cercando con tutte le sue forze
di non sprofondare sotto la linea
di demarcazione tra coraggio e disperazione –
e che è stata portata via
e rinchiusa, perché un giorno
ha cominciato a gridare e non voleva saperne di smettere,
e ha fatto qualcosa di molto brutto
che le forbici da cucina –
Ma quella non eri tu, no, non
era la mamma che avevamo in mente, era
la pazza in fondo alla strada –
era solo una signora
divenuta vittima
di incidenti non visti,
e poi quella storia orrenda…)
Ritorna, ritorna, oh, mamma,
dalla follia o dalla morte
o dalla nostra memoria danneggiata –
appari così com’eri:
Regina della griglia da cialde,
generosa dispensatrice di dentifricio,
maga del Mercurocromo,
giocatrice di fumose partite di bridge
nelle quali vincevi in secondo premio – degli strofinacci,
che covavi uova per rammendare
da cui uscivano solo calze,
che bollivi un orribile porridge –
arrampicati di nuovo sulla scatola del preparato per torte,
assumi l’aria vivace e competente di un tempo –
Se solo potessimo chiamarti –
Vieni mamma, Vieni mamma –
e tu arrivassi ticchete tacchete
sui tuoi tacchi cubani che portavi di giorno,
odorante di lavello e lillà,
( con il sedere rinchiuso nel busto
che ti sfilavi la sera
con un sospiro simile al fiato di una palude),
dicendo Che c’è ora,
e noi potessimo imprigionarti
in una rete, e metterti in gabbia
nel tuo bungalow, dov’è il tuo posto,
e fartici restare –
Allora andrebbe tutto bene,
come quando potevamo rimanere a giocare
fin dopo che faceva buio nelle sere di primavera,
e poi dormivamo senza paura
perché tu ti gettavi davanti alla paura
e ci facevi scudo con il tuo corpo –
E tu sarai là, con la tua vestaglia di cotone,
stringendo una molletta di legno
tra i denti, mentre il bucato sventola
sulla corda con cui una volta hai pensato per un istante
di impiccarti –
ma dimenticalo! Tu sarai là,
intonando una canzone della tua giovinezza
come se il tempo non fosse passato,
e noi potremo essere di nuovo spensierati,
e vergognarci di te,
e ignorarti come facevamo una volta,
e i buchi nel mondo saranno riparati.
ma non ne ha mai avuto l’occasione
e ci ha fatto prendere lezioni di piano,
che non sopportavamo –
la mamma di cui mangiavamo con avidità
le rotelle di aspic e le insalate Jello,
anche se poi le disprezzavamo –
la mamma, che faceva il brasato, brava con le cipolle
ma in ansia quando aveva a che fare con l’aglio,
a cui regalavamo una padella nuova di zecca
ogni santo Natale –
proprio quello che desiderava –
la mamma con il rossetto scuro sulle labbra,
che sorrideva in bianco e nero
dalle pubblicità del sapone, dell’Aspirina e della carta igienica,
la mamma, con la sua vita segreta
di mal di testa e bucati macchiati
e mucose irritate –
la mamma, che conosceva la sporcizia,
e nascondeva la sporcizia, e faceva il lavoro sporco,
e non vedeva mai né noi
né se stessa abbastanza puliti –
e che credeva
ci fosse dell’altra sporcizia
di cui bisognava parlare ai bambini,
e non l’ha fatto,
perché sarebbe stata pericolosa solo in seguito.
Ci manchi, mamma,
anche se sei stata felicemente insultata
su libri e riviste
per avere rovinato i tuoi bambini
- che saremmo noi –
per non averli amati abbastanza,
per averli amati troppo,
per aver voluto troppo amore da loro,
per una certa incapacità di amare –
(la mamma, lasciata per la segretaria
dal marito che le ha pagato gli alimenti,
la mamma, che beveva da sola
il pomeriggio, guardando la TV,
che si tingeva i capelli di un’improponibile
sfumatura di rosso, che alle feste
flirtava con gli amici del marito,
cercando con tutte le sue forze
di non sprofondare sotto la linea
di demarcazione tra coraggio e disperazione –
e che è stata portata via
e rinchiusa, perché un giorno
ha cominciato a gridare e non voleva saperne di smettere,
e ha fatto qualcosa di molto brutto
che le forbici da cucina –
Ma quella non eri tu, no, non
era la mamma che avevamo in mente, era
la pazza in fondo alla strada –
era solo una signora
divenuta vittima
di incidenti non visti,
e poi quella storia orrenda…)
Ritorna, ritorna, oh, mamma,
dalla follia o dalla morte
o dalla nostra memoria danneggiata –
appari così com’eri:
Regina della griglia da cialde,
generosa dispensatrice di dentifricio,
maga del Mercurocromo,
giocatrice di fumose partite di bridge
nelle quali vincevi in secondo premio – degli strofinacci,
che covavi uova per rammendare
da cui uscivano solo calze,
che bollivi un orribile porridge –
arrampicati di nuovo sulla scatola del preparato per torte,
assumi l’aria vivace e competente di un tempo –
Se solo potessimo chiamarti –
Vieni mamma, Vieni mamma –
e tu arrivassi ticchete tacchete
sui tuoi tacchi cubani che portavi di giorno,
odorante di lavello e lillà,
( con il sedere rinchiuso nel busto
che ti sfilavi la sera
con un sospiro simile al fiato di una palude),
dicendo Che c’è ora,
e noi potessimo imprigionarti
in una rete, e metterti in gabbia
nel tuo bungalow, dov’è il tuo posto,
e fartici restare –
Allora andrebbe tutto bene,
come quando potevamo rimanere a giocare
fin dopo che faceva buio nelle sere di primavera,
e poi dormivamo senza paura
perché tu ti gettavi davanti alla paura
e ci facevi scudo con il tuo corpo –
E tu sarai là, con la tua vestaglia di cotone,
stringendo una molletta di legno
tra i denti, mentre il bucato sventola
sulla corda con cui una volta hai pensato per un istante
di impiccarti –
ma dimenticalo! Tu sarai là,
intonando una canzone della tua giovinezza
come se il tempo non fosse passato,
e noi potremo essere di nuovo spensierati,
e vergognarci di te,
e ignorarti come facevamo una volta,
e i buchi nel mondo saranno riparati.

Margaret Atwood
Margaret Eleanor Atwood è nata a Ottawa il18 novembre 1939) è una poetessa, scrittrice e ambientalista canadese. Prolifica critica letteraria, femminista e attivista, è stata vincitrice del premio Arthur C. Clarke e del Premio Principe delle Asturie per la Letteratura, e soprattutto del prestigioso Booker Prize (finalista per cinque volte, vincitrice con L'assassino cieco nel 2000); è stata inoltre sette volte finalista del Governor General's Award (Premio del Governatore Generale, un riconoscimento offerto dal Primo Ministro del Canada) vincendolo per due volte (con The Circle Game e Il racconto dell'ancella). La Atwood è considerata la scrittrice vivente di narrativa e di fantascienza (o narrativa speculativa) più premiata. È conosciuta particolarmente per i suoi romanzi e le sue poesie, ma è anche nota per la sua notevole attività a favore del femminismo. Molte delle sue poesie sono ispirate a miti e fiabe, che costituiscono uno dei suoi particolari interessi fin dalla più tenera età. Ha inoltre pubblicato racconti nella rivista Playboy.
I suoi lavori hanno visto una continua e profonda preoccupazione per la civiltà occidentale e per la politica, da lei considerati ad un crescente stadio di degrado. Da La donna da mangiare a Tornare a galla fino a Il racconto dell'ancella, Vera spazzatura e altri racconti, L'ultimo degli uomini e il più recente L'anno del Diluvio, la narrativa di Margaret Atwood si presenta in una veste tormentata e visionaria, non priva però di spiragli ottimistici. La vasta cultura e l'ironia di Margaret Atwood sono due componenti fondamentali della sua opera, accompagnate quali sono da sensibili cambiamenti di stile da opera ad opera e continui rimandi sia ad episodi della vita contemporanea, sia a scrittori di epoche precedenti.
Letto volte.