Non possiamo rassegnarci all'idea della nostra solitudine in questo immenso universo del quale non siamo in grado di immaginare i limiti, i confini e le distanze; distanze astrattamente calcolate in anni luce, vale a dire in relazione a qualcosa di totalmente estraneo a ogni nostra concepibile e comprensibile misura. Non possiamo rassegnarci allo sconfinato silenzio che ci circonda: è mai possibile?
In miliardi e miliardi di stelle, di soli, anzi di galassie, nessun pianeta come il nostro, nessuna bocca, nessun orecchio, nessun vivente che emetta e percepisca suoni intelligenti? Che dica ogni tanto: «iiiip tiiip, biiip biiip, noi siamo qui, voi dove siete? Rispondete, per l'amor del cielo!». E così scandagliamo la notte senza fine, in cerca di segnali. Impresa avventurosa quanto improbabile e precaria; al limite dell'impossibile, ci spiegano: come cercare un ago in un pagliaio. O come attraversare con un cammello la cruna di un ago. Ma non per questo rinunciamo. Forse esiste davvero un luogo beato, negli interstizi tra i miliardi di mondi, ove vivono in eterna pace, fuori del tempo, gli dei di Lucrezio e di Epicuro; gioca con loro una cagnetta siberiana. Forse, chissà, potrebbero risolversi a farsi sentire per un attimo le loro voci. Dove vanno le voci? dove si sperdono? dove finiscono? Sempre più in alto, sempre più su sino a dissolversi? Forse, proprio così, una volta sciolte e slegate si conservano, custodite negli interstizi dal grande silenzio del cielo, dei cieli; e qualcuno o qualcosa, chissà, potrebbe un giorno ricomporle, ritesserne la trama, rianimarle e riconsegnarle per un poco al nostro orecchio mortale: « ... non però come voglio io, ma come vuoi tu ... ricordati: dobbiamo un gallo ad Asclepio ... ». Davvero si potrebbe mai riascoltare il suono reale e irripetibile di queste voci sublimi, o sono, anche queste, sciocche fantasticherie fantascientifiche? Eppure quelle voci sono davvero accadute, si dice; risuonarono davvero tra gli umani, col loro proprio timbro sonoro (che noi ignoriamo e di cui solo pochi, per breve tempo, conservarono struggente e indicibile memoria); risuonarono un certo giorno, in un'ora precisa: si spersero sul far della sera e nel cuore della notte. Nulla si crea e nulla si distrugge, dice un celebre motto, anch' esso ormai disperso tra i sogni e tra le stelle. Tutto eternamente ritorna, dice un altro. Tutto a suo modo eternamente è ...

Zitti bambini! ricordate?
Ascoltiamo.
Una voce.
Il silenzio.
Il silenzio del mondo.
Il ritorno delle bestie
Non sul pioppo picchia il pennato
più, né l'eco più gli risponde.
L'erta sale un uomo celato
dal carico folto di fronde.
E il martello d'un legnaiuolo,
più lontano, più non rimbomba.
Passa il grido d'un bimbo solo:
Turella! Bianchina! Colomba!
Porta in collo l'erba ch'ha fatta,
nella sua crinella di salcio.
Le sue bestie al greppo, alla fratta,
s'indugiano, al cesto ed al tralcio.
Ei che vede sopra ogni tetto
già la nuvola celestina,
le minaccia col suo falcetto:
Colomba! Turella! Bianchina!
C'è un falcetto lucido ancora
su la Pania, al fior del sereno,
dentro l'aria dolce ch'odora
d'un tiepido odore di fieno.
C'è silenzio lassù, dov'erra
quel falcetto con qualche stella.
Solo il bimbo strilla da terra.
Giovanni Pascoli
Letto volte.