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Magicamente
storie e poesie


Il 28 giugno del 1867 nacque Luigi Pirandello, 
uno dei più grandi scrittori, poeti e drammaturghi italiani.







NOTTE INSONNE

Io mi sento guardato da le stelle

e questa notte non posso dormire.
Mi par che qualche cosa esse, sorelle
maggiori, a questa terra voglian dire.

O sorgive di luci, la parola,

la parola tremenda del mistero
ditela a una vegliante anima sola
perduta in mezzo al vostro cielo nero.

So che dovrei di ciò ch ’è in terra solo

occupar la mia mente e i desir miei;
ma tu piú forte d ’ogni intento sei,
ciel che l ’anima mia rapisci a volo.

Tutte le fonti della vita insieme

non avran mai poter di saziare
l ’ardentissima sete, e sempre amare
avrò le labbra e vigile la speme,

ben che ognora delusa. O di basalto

funebre cielo, invano ti martella
il mio pensiero; invano si ribella
in terra, invano si rifugia in alto.

È l ’antica paura, è l ’appassito

istinto della fede, o questa nuova
smania, alla quale nessun tetto giova,
che mi spinge a cercar nell ’infinito?

Io di qua giú, di questa terra breve,

di cui ben sento la viltà dinnanti
a te, che cerco? - Un suon di chiari canti
dal bujo vien della vicina pieve.

Si prega lí, si prega per la vita

e per la morte: ardon votivi ceri
su un altar ben parato e gl ’incensieri
fuman sotto un ’imagine scolpita.

A chi mentí la vita, a chi la terra

non concesse una sola primavera,
a chi riposo non cercò la sera,
ma il tempo, senza tregua, o insidie o guerra,

tu solamente, o ignoto ciel, rimani;

e a te su i sassi della terra infida
ogni dolore s ’inginocchia e grida:
lacriman gli occhi e tremano le mani.

Alla porta del sogno in cui, riparo

a gli amor miei cercando, mi son chiuso,
siccome in un castello aurato e chiaro
qual le fate inalzarne aveano in uso,

batton le cure pallide, impedite

le membra da un intrico di catene;
“Il mondo ti reclama: apri. L ’immite
ora ti vieta un solitario bene”;

batton, pregando esaudimento, i brevi

desiderî, e tentandomi: "È qua giú
la tua radice: se per lei non bevi,
cadrà la cima ove t ’annidi tu";

e batton i bisogni, delle cure

ancor piú schiavi: "Apri: sfuggir non puoi
al comun fato. Giú, folle, tu pure,
la tua catena a trascinar fra noi ".


Le leggi a un palmo qui dal fango stanno:

corde livellatrici, a cui chi striscia
sfugge sotto e da cui chi non è biscia
ha d ’inutili ceppi iroso affanno.

E neppur un capel torcono ai nani.

Il nano passa lieto: dalla rete
nelle sue voglie sobrïe, discrete,
si tien protetto e si frega le mani.

Or se con strappo di possente piede

non ti sgombri il cammino alla piú lesta,
o tu ti pieghi o mozza avrai la testa:
altrimenti qua giú non si procede.

Non tollerano ponti solo i mari;

su l ’alpe eccelsa non s ’erigon case,
o dalle nevi seppellite o rase
sono dalle tempeste aquilonari.

L ’anima or segue nella notte il fiume

che dal grembo di Roma già silente,
siccome enorme placido serpente,
svolgesi della Luna al freddo lume.

Chiama da lungi con assidua voce

il tenebroso palpitante mare;
l ’anima pensa al vano suo passare,
s ’affretta il fiume alla solvente foce.

Luigi Pirandello









ELEVAZIONE

Com ’aquile avvolgenti a un brullo monte
corone ampie con l ’ali poderose,
larve di gloria in torno a la mia fronte
si raccolgon superbe, e scudo a l ’onte
mi son dei fati avversi e de l’irose
passïoni terrene ed altre cose
le virtú richiamando, accorte e pronte.

Fermo l ’animo a loro, io vo seguendo
questo acuto desio che mi conduce
de la ragione a le piú alte cime.

E con molto pensier, sereno, ascendo,
che d ’esser nato la perfetta luce
mi consoli sul vertice sublime.





DEPRESSIONE

Atomo umano, enorme è la natura.

L ’esser t ’investe e ti trascina. Invano
contenerlo vorresti: ei non ti cura,
ei va per le sue vie, atomo umano.
Io piú sitir non vo ’ la sorte oscura
de l ’avvenire: come un uragano
nel passato ei rovesciasi e s ’oscura,
tutto vorando l ’esser nostro vano.

Spengonsi a lento ormai nei polsi bassi,

e nel cervel, cui fanno assedio i dubî,
le fantastiche febri del desio.

Atomo umano, guarda in ciel le nubi:

estraneo a tutto sei, estraneo passi.
Scenda pei sogni miei, scenda l ’oblio.





LA FUNE 

Mastri funaj, faccenda curïosa
la vostra: andar cosí sempre all ’indietro,

con quella fune che da la callosa
mano vi nasce; e non mutar mai metro.


Però, a pensarci, tutti quanti poi,
mordano i soli, piangano le lune,

modo diverso non teniam da voi:
facciam la vita come voi la fune.


La ruota, onde s ’attorce il non sicuro
fil che ci regge, è sempre nel passato;

e con le spalle andiam verso il futuro,
se nulla mai di antiveder ci è dato.


Mastri funaj, rapida troppo gira
la ruota mia, troppo s ’attorce questa

mia fune e troppo la mia man la tira.
Ne faccio un cappio e vi caccio la testa.

(1890)





PIANTO DI ROMA 

E come in campo o per sentieri schivi,
di tra le selci mal commesse, l ’erba
dunque sorgea per le tue vie? Dormivi,
tu Roma, allora, chiusa in te, superba,
e sol quei fili d ’erba erano vivi.

Dell ’alto sonno suo parea volesse
fruir la Terra; e già destava, sotto
le selci, le sue zolle a lungo oppresse
dal tramestío o del viver tuo trarotto.
Oggi, un fil d ’erba; doman, qui, la messe.

Altre città cosí, dove fermento
fu già di vita e allo splendor compagna
la gloria, si riprese ella: Agrigento!
Soli or due templi in mezzo alla campagna:
null ’altro. Alberi e zolle. Anima, il vento.

Ah, meglio, o Roma, se anche in te compiuto
la terra avesse l ’opera sua lenta!
Salve sol le rovine, e il resto un muto
campo! Meglio se fosse all ’aura intenta
un popolo di querci qui cresciuto!

Un popolo di nani ora t ’ha invasa
e profanata, osando, o Roma, dentro
il tuo grembo divino la sua casa,
covo d ’ignavia, erigere, e far centro
te d ’ogni sua miseria. E l ’erba ha rasa;

l ’erba che, mentre t ’obbliavi assorta
nel tuo gran sogno, timida spuntava;
l ’erba che certo non sarebbe corta
sempre rimasta al pari dell ’ignava
turba che la divelse. Ah, di te morta,

meglio le querci, o Roma, e il faggio e il pino
alto stormenti avrebber nella notte
favellato al commosso pellegrino,
sacri fantasmi suscitando a frotte
dal tuo mistero: bosco, tu, divino.

Ostia per voi, Ostia per voi, pezzenti
nani, bastava. La grandezza enorme
di Roma come non vi fe ’ sgomenti?
Sia della Terra la Città che dorme!
Un bosco. E sopra, l ’ala ampia dei venti.

Luigi Pirandello

Biografia

Letto volte.

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