
La felicità? Quando sei immerso nelle cose che fai. Anche le più semplici.
Non si diventa felici. La felicità c'è già. E' stare nelle cose come sono, senza tentare di cambiarle. I classicisti, grandi conoscitori del'anima, dicono che bisogna cercare la felicità nella tristezza e la tristezza nella felicità. Per essere felici bisogna saper accogliere anche la tristezza. La felicità determinata dalla volontà è scadente, la sola felicità autentica è quella che arriva spontanea. Felicità fa rima con spontaneità. Per esempio la possiamo trovare appunto, nell'immergerci in un lavoro che ci piace. Quando sei intento nelle azioni che fai e ti ci perdi, allora sei nella felicità. Quando arrivano pensieri tristi bisogna guardarli senza cercarne la causa. Senza chiedersi perché sono arrivati. Bisognerebbe essere capaci di guardare dentro di noi senza giudicare gli altri. Purtroppo viviamo nella civiltà del commento. Non siamo capaci di ascoltare il dolore e aspettare da dentro la risposta. La felicità la trovi quando smetti l'autocritica, quando smetti di lamentarti, raccontando le cose a destra e a sinistra. Dare la colpa della nostra infelicità agli altri ci rende ancora più infelici. Il problema è che abbiamo creato una cultura psicologica per cui tuo padre o tua madre sono la causa di ciò che sei. Il padre che hai avuto, ogni volta che lo ripensi, lo ricrei dentro di te e diventa l'alibi di tutte le tue sfortune. Un esercizio utile è chiudere gli occhi e immaginarsi in una scena di felicità di quando si era bambini. Quando eravamo bambini avevamo dei talenti che poi si sono persi. Bisogna recuperare questa coscienza. Siamo pieni di parole inutili. L'ascolto di se stessi, in silenzio, delle cose che emergono da dentro, anche le peggiori, è la meglior medicina per il cervello. Solo se tratteremo i nostri disagi non come nemici, ma come compagni di viaggio allora se ne potranno andare.
"Siamo piante che devono fiorire, non target da raggiungere o modelli da imitare"
Da "la saggezza dell'anima" di Raffaele Morelli