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storie e poesie

Enciclopedia delle scienze sociali (1996)
di Carlo Borghero, Alessandro Roncaglia




LUSSO


1. Antichità e Medioevo

Il lusso, inteso come spesa fatta per soddisfare un bisogno raffinato e che quindi eccede i consumi socialmente accettati come necessari, non è un fenomeno tipico dell'età moderna. Nel mondo antico la condanna del lusso ricorre con frequenza. Il fasto e il lusso vengono spesso associati all'Oriente e al governo dispotico, responsabile dello squilibrio nelle ricchezze dei sudditi e della corruzione dei costumi. Significativo al riguardo il racconto di Erodoto (Storie, IX, 80-82) dello stupore di Pausania di fronte al lusso dei Persiani, sconfitti dai Greci a Platea (479 a.C.). Ma anche alcune città della Magna Grecia (Sibari, Locri) divennero nella mentalità comune luoghi proverbiali di lusso sfrenato e di raffinata ricerca di sempre nuovi piaceri. Tuttavia le città greche non conobbero il lusso fino alla conquista dell'Asia da parte di Alessandro. Il mito comunitario della Sparta egualitaria di Licurgo, rude e guerriera - che tanta incidenza avrà nelle dispute moderne sul lusso - fu coltivato già nell'antichità. Ma anche quando la costituzione della polis ammetteva l'ineguaglianza delle ricchezze, il lusso e l'eccessivo divario delle fortune venivano considerati fattori di corruzione della buona costituzione dello Stato e le spese eccessive nei funerali e nei banchetti erano proibite.
Alla polis conveniva piuttosto l'uso moderato delle ricchezze, se non la frugalità. Nella Repubblica Platone condanna la soddisfazione dei piaceri non strettamente necessari (VIII, 558 d - 559 c); considera non sano uno Stato gonfio di lusso (II, 372 e - 373 d); vede nella ricchezza una fonte di lusso, pigrizia e instabilità politica (IV, 421 d - 422 a) e la ritiene incompatibile con la virtù (VIII, 550 d - 551 a). Anche quando mitigherà il radicalismo della sua prima utopia, definendo i tratti di una costituzione a base censitaria, Platone continuerà a proibire il possesso di oro e di argento e a porre forti restrizioni all'uso del denaro (Leggi, V, 742 a - 743 c) e riaffermerà l'opportunità di porre un limite alle ricchezze nonché il diritto dello Stato di confiscare tutto ciò che ecceda questo limite (V, 744 d - 745 b). Pur da posizioni meno radicali, anche Aristotele condanna l'abuso delle ricchezze (cfr. W.D. Ross, Aristotelis fragmenta selecta, Oxonii 1955, nn. 1 e 2) ed esalta la magnificenza come via intermedia tra la meschineria e lo spreco volgare. Mentre l'uomo magnifico esercita uno sfarzo legittimo in alcune spese pubbliche e private (nozze, ricevimento di ospiti, scambio di doni, arredamento della casa), quello volgare eccede nello sfarzo fuori luogo (soprattutto nella tavola e nelle vesti) per fare sfoggio di ricchezza e farsi ammirare. Queste spese di lusso sono dunque un vizio anche se non troppo dannoso per gli altri né eccessivamente sconveniente (Etica nicomachea, IV, 1122 a - 1123 a). Anche i cinici (celebre l'aneddoto di Diogene che rinuncia all'uso della scodella di legno quando vede un ragazzo bere nella coppa delle mani) e gli stoici avversano il lusso, ritenendolo contrario all'ideale di una vita semplice e naturale.




Anche a Roma fu celebrata la frugalità dei primi tempi e in essa fu vista una delle ragioni della forza della Repubblica, che si indeboliva con l'introduzione di costumi raffinati e del lusso orientale. Già la legge delle XII Tavole limitava le spese per i funerali. I ripetuti provvedimenti contro il lusso delle matrone e le spese eccessive nei vestiti, nei gioielli, nella tavola (lex Oppia, lex Orchia, ispirata da Catone, e numerose altre fino alla lex Julia, voluta da Cesare) rivelano l'inarrestabile avanzata del lusso a Roma a partire dalle ultime guerre puniche e l'inefficacia dell'opera delle magistrature (edili, censori) che avrebbero dovuto impedirne la diffusione. L'austerità dei costumi dell'antica Roma divenne parte importante dell'ideologia augustea (Augusto emanò una nuova lex Julia) e fu celebrata da Tito Livio come una componente essenziale della virtù romana. Provvedimenti contro le spese eccessive nei mobili, negli spettacoli e nei giochi gladiatori furono presi da Nerone, Antonino e Marco Aurelio, senza che si riuscisse a modificare un costume diffuso soprattutto negli ambienti aristocratici, presso i quali le spese per i banchetti, per la casa e per opere d'arte avevano raggiunto livelli assai elevati. Col tempo la rigidità della virtù antica veniva temperata da un moderato epicureismo e anche da uno stoicismo che voleva misurarsi con il mondo. Se Orazio celebra la moderazione nei piaceri contro il lusso degli abiti e della tavola (Epistolae, I, 6), nella raffinata Roma di Nerone Seneca invita a coniugare temperanza ed eleganza e teorizza l'uso disinteressato, non arrogante né compiaciuto della ricchezza (Epistulae morales ad Lucilium, V, 5), e Petronio mette in ridicolo il lusso volgare di Trimalcione (Satyricon, XXXII-XXXIII). Tuttavia il lusso è anche visto come un'uscita dai limiti fissati dalla natura: Plinio il Vecchio condanna come innaturale il desiderio che spinge gli uomini a scavare le miniere per cercare oro e argento (Naturalis Historia, XXXIII, 1, 4 e 13) e, nell'età di Traiano e di Adriano, Giovenale contrappone alla corruzione dei costumi contemporanei il vagheggiamento di un passato frugale e rustico (Saturae, IV, VI e VII). Anche nel mondo ebraico-cristiano prevale la condanna del lusso e la contrapposizione della frugalità del popolo di Israele al lusso dell'Egitto dei faraoni. I Padri della Chiesa, sulla scia di san Paolo (I Timoteo, ii, 8-11), condannano il lusso dell'apparato esteriore, spesso accostato all'immodestia delle donne o ai costumi lascivi (san Cipriano, De habitu virginum, in Migne, Patrologia latina, vol. IV, col. 439 s.; sant'Agostino, Epistolae, CCXLV, in Migne, Patrologia latina, vol. XXXIII, col. 1060).
Il Medioevo, soprattutto nell'età comunale, conosce una vasta diffusione di editti contro il lusso (si colpiscono in particolare le spese per le vesti, i domestici, le carrozze, le feste). La cultura scolastica si muove secondo la linea tracciata dalla Patristica. Per Tommaso gli oggetti di lusso e gli ornamenti esteriori non sono in sé né virtuosi né viziosi. L'abuso consiste nella mancanza di moderazione soprattutto da parte delle donne, mosse da frivolezza o da lascivia. A questi atteggiamenti anche Tommaso contrappone la modestia e la semplicità, ma avverte, riprendendo un motivo della polemica anticinica già presente in Seneca, che c'è disordine morale nei vestiti anche quando ci si cura troppo poco, come fanno alcuni filosofi. Ammette inoltre una certa pompa per persone che rivestono particolari dignità o funzioni (Summa theologica, Secunda secundae, q. CLXIX, artt. 1 e 2).

 

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