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Magicamente
storie e poesie


Luciana Frezza nata il 17 aprile 1926





ALZIAMO I CALICI

Non crederli gigli appassiti
mi conforta anzi scintillanti
ancora i tuoi bicchieri alzati
voglia di gioia negata
impuntatura librata

per forza propria ape e fiore nell’aria
dove ancora salgono e il brutto
muso di lutto pret a porter che detestavi cade
come buccia dal frutto.



BISENSO

Il rogo ardente di Mosè era quasi
certamente un pozzo di petrolio
il petrolio è il prelievo
dai buchi dell’anima per farne poesia

il petrolio è pericolo
il petrolio è vicinissimo a Dio
da un capo della storia
ora dall’altro.



SPEZZATURA D’INVERNO

-Come invogliano
i fiori-
la vecchia signora con vista
annebbiata trascina
dolcemente il carrello
vogliosa della
nostalgia di quella
voglia più che dei fiori
che non fatica
hanno voluto me.





NOSTALGIA

Chissà in quale
canneto di carta o verde
fantasma errante coorte
falciata alla radice
al di là di quali porte
nell’andito scuro di botteghe
in disuso dietro quale
muro di eluso rione
giace il piccolo corpo
di Amore dopo l’ordita
esecuzione.





SVENDITA

Arroccata pettinessa a filettature dorate
la specchiera a ciocche trafitte dall’alto spillone

a conchiglia comò di ragazza il primo cassetto
celò lettere e voglie gli altri matassine di seta

ravvolte in velina d’ore vuote e matasse
di lana o sogno trasmesso come un gene nell’impianto

di quel comò giustamente perché pieno di cose vane
nulla avesti, madre, o quasi, o altro.




ANNI VENTI

Frantumata la coppia di levrieri
in amore le teste congiunte
come mani in preghiera o l’una
sull’altra affannosa
babele di carezze

guizzo unico il fianco
nell’irrimediabile
stretta del bianco
friabile bisquit






CHE NE FARÒ

Che ne farò di Alma
ritta in shorts
statuaria cotta di soli
serica senza una scalfitura
della vita riguardosa
di lei ritta con due foglie
di alloro due sole tra le dita
della folta spalliera
farfalle vive per il pesce
che farò di lei ferma
che dà la Buonasera
tarocco entrato nel gioco?





LA PERFEZIONE


A Vittorio Sereni


Nei party sull’erba
seminata di lustrini
pioggia recente o ventagli d’irrigazione
si possono comporre versi
nel padiglione di un orecchio
da sciogliere in riso
tintinnante col ghiaccio dei bicchieri

Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso
eppur muovendosi occhio
qua e là in perlustrazione
socchiuso affilato
sulla trama del tappeto sfumato
di sera dove l’errore
raccomandato

se è vera e quale
l’immunità promessa
da quel nonnulla di sbagliato se vale
anche per una qualche eternità.






FELICITÀ RAGGIUNTA SI CAMMINA


A Marisa Di Jorio


Qui il sogno lustra il pelo
uscito di clandestinità
muovendosi fa accadere pensieri
che si siedono ingombrando

il lungomare è ancora
un feudo sterminato che aspetta il suo signore

l’investitura cucita
alle spalle fluttuando
ombra in lungo di tulle
senza bagaglio sorpassa
verso il fondo apparizione

Vittoria Apuana, Agosto 1991




NEGATIVI

I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici
li prenderesti volentieri a sberle

con sicumera apprendono festoni di frasi
ti addobbano di assurdità un locale estraneo

dove tempo dopo allo specchio dell’uscita
scoprì che hai fatto l’alba a ballare

circolano in borghese non esercitano
perché esercitano continuamente

hanno i loro guai non sono apostoli
gl’interessati li seguono come gatti di strada

rimuginando Non sa quello che dice il maledetto
e intanto imparano a memoria le frasi

le vecchie leggi di fisica scritte in corsivo
e il gabinetto degli esperimenti sempre in disuso

e in quel turbinio di palle da giocoliere
intercettano a volo la biglia che li riguarda

se piovono pugni sanno che è per farli rinvenire
mentre ignoravano di essere svenuti

se vengono afferrati e fatti passeggiare tutta la notte
con tazze di caffè e discorsi ripetitivi e insensati

è perché hanno voluto morire e possono riprovarci
ma prima di tradurre quel gergo bisogna obbedirgli.





SELF-SERVICE

Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle

il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore

e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima

la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia

eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce

anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance



VECCHI DISTICI

A Rosa
“Bien loin d’ici”

Il mio nome inciso tra spini
su una pala di ficodindia stilla nel sole

la campanula turchina mostra il cuore
dagli occhi umidi delle ragazze fugate

la gaggia spogliata di tutti i suoi zecchini
vive la lunga bugia degli anni luce

la polla è un occhio verde che aspetta di nuovo
una mano che smuova l’argilla del suo fondo

i cori a bocca chiusa degli uliveti
incagliati in secche di silenzio

i sismografi della pace sono guasti
la capra bianca ha sradicato il paletto

la Morte lancia coccole dal cipresso
senza colpire il canto della fontana

la mano del bambino è di marmo
la nutrice è più piccola del suo fazzoletto




IL DISINCANTO POSTMODERNO NELLA POESIA DI LUCIANA FREZZA

Luciana Frezza, fine traduttrice dei poeti simbolisti francesi per i maggiori editori italiani, è stata anche una poetessa dalle alte vette. In vita ha pubblicato 9 libri di poesia, più il libro postumo “Agenda”, del 1994, pubblicato allora da Scheiwiller, del quale qui propongo una piccola parte esemplificativa. La poesia della Frezza si evidenza e si contorna di un leit motiv pop, di un barocchismo frenetico, che spesso ha carattere eversivo, ed è proprio per il suo rigore ritmico e timbrico che la poesia della Frezza si equipaggia di un bagaglio emotivo non semplicistico, anzi, piuttosto cogitante, delle volte, in altre occasioni invece con carattere semi-mistico, per la sua parabola restringente che aspira alla profondità pur rimanendo sulla superficie piana del mondo, apparentemente, dato che è un mondo più colorato del solito, quello di Luciana Frezza, spesso incantato anche nel suo “disincanto postmoderno” , che tende a liberare piccoli mostri sul selciato del foglio, spesso vissuto come vero e proprio spessore metrico atto a vivere e sentire l’escursione verticale dell’eloquio poetico come vera occasione, di incontro o di distaccamento, a seconda dei casi. A poco più vent’anni dalla morte, tragicamente avvenuta nel 1992, si è raccolta, a fine 2013, l’opera poetica completa della Frezza in un corposo volume, edito dagli Editori Internazionali Riuniti di Roma (“Comunione col fuoco”, Luciana Frezza, Tutte le poesie, 806 pp., euro 30) che invito a leggere proprio per la sua proposta enigmatica e sorprendentemente attuale, frizzante, provocatoria. Una proposta che comprende anche questa raccolta postuma, dove si addensa tutta la peculiarità espressiva di una poetessa fine e complessa, grande traduttrice di poeti come Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Proust, Apollinaire, Laforgue, Mallarmé e tanti altri.Era nata il 17 aprile del 1926.

Letto volte.

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