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Magicamente
storie e poesie







Charles Simić (vero nome Dušan Simić) (Belgrado, 9 maggio 1938) è un poeta statunitense, di origine serba. Iniziò la propria carriera nella prima metà degli anni settanta con uno stile letterario minimalista, nel tempo divenuto sempre più riconoscibile. Scrive di diversi argomenti, dal jazz all'arte alla filosofia. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia per l'opera The World Doesn't End.




Viaggiare 




Mi tramuto in un sacco. 
Un vecchio stracciaiolo 
mi porta fuori all'alba. 
Ci trasciniamo curvi. 


Ecco qui, dice, la cravatta blu, 
un uomo l'ha scalata mentre gli stava al collo. 
Ora lassù singhiozza 
perché non sa come calarsi giù. 


Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco? 


Ecco qui, dice, il cappotto. 
Il suo nome è Achab, i suoi sono i nostri stracci. 
È in cerca del sarto che lo ha fatto. 
Vuole strappare via tutti i suoi fili neri. 


Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco? 


Ecco qui, dice, un paio di stivali, 
mentre andavano a fondo, mentre andavano sotto 
la loro vita videro in un lampo, 
dovunque andremo si aggrapperanno a noi. 


Ma io non dico niente, cosa può dire 
un sacco rigonfio di stoppa fino al collo? 





Paesaggio con grucce 




Così tante grucce. Ora persino la luce del giorno 
ne ha bisogno, persino il fumo che sale su. E le baracche – 
una per cliente – che sene vanno 
in fila indiana, con difficoltà, 


dicevo, con un dannato sforzo... 
e, dietro, gli alberi sul punto d'inciampare, 
e le formiche sulle grucce giocattolo, 
e il vento sulle grucce fantasma. 


Non riesco a trovare pace qui intorno: 
il pane sui suoi arti artificiali, 
una bambola su una sedia a rotelle, senza testa, 
e mia madre, proprio lei, che adopera i coltelli 
come grucce mentre s'accoscia per pisciare. 





Occhi cuciti con gli spilli 




Quanto sodo lavori la morte 
nessuno lo sa quanto lunga 
sia la sua giornata. 
Le stira la biancheria 
il consorte lasciato a casa. 
Le belle figlie 
le apparecchiano la tavola per cena. 
I vicini giocano 
a pinnacolo in cortile 
o bevono la birra 
seduti sui gradini. E la morte 
frattanto, in città, 
in angoli remoti cerca 
qualcuno con una brutta tosse, 
ma l'indirizzo è, chissà perché, sbagliato, 
nemmeno la morte può scovarlo 
fra tutte quelle porte sprangate. 
E comincia a cadere la pioggia. 
l'aspetta una lunga notte di vento. 
Non ha nemmeno un giornale 
per coprirsi il capo, nemmeno 
un gettone per chiamare chi si consuma, 
l'uomo assonnato che piano si spoglia 
e nudo si distende sul letto 
dal lato che spetta alla morte. 






Ragazzo prodigio

Sono cresciuto chino 
su una scacchiera. 


Amavo la parola scaccomatto. 


Il che sembrava impensierire i miei cugini. 


Era piccola la casa, 
accanto a un cimitero romano. 
I suoi vetri tremavano 
per via di carri armati e caccia. 


Fu un professore di astronomia in pensione 
che m'insegnò a giocare. 


L'anno, probabilmente, il '44. 


Lo smalto dei pezzi che usavamo, 
quelli neri, 
era quasi del tutto scrostato. 


Il re bianco andò perduto, 
dovemmo sostituirlo. 


Mi hanno detto, ma non credo che sia vero, 
che quell'estate vidi 
gente impiccata ai pali del telefono. 


Ricordo che mia madre 
spesso mi bendava gli occhi. 
Con quel suo modo spiccio d'infilarmi 
la testa sotto la falda del soprabito. 


Anche negli scacchi, mi disse il professore, 
i maestri giocano bendati, 
i campioni, poi, su diverse scacchiere 
contemporaneamente. 







Così 



Di diavoli azzurri 
la più azzurra progenie. 
mia moglie. 


Dissi, 
come Pascal 
mia mogli eccelle 
nel contemplare abissi. 


Le sue ginocchia 
ancora ricordano 
la scala di marmo 
di una contessa russa. 


Tempo addietro a Parigi 
raccoglieva le cicche 
fuori dai caffè alla moda 
per suo padre, disoccupato. 


O nel Nuovo Mondo, 
nuda davanti all'arcigno 
dottore e all'infermiera, 
con un soffio al cuore. 


Tuttavia infila 
l'estremità di un filo nero, 
inumidita di saliva, 
nell'occhio immobile dell'ago, 
dodici ore al giorno. 
Una sarta sublime, 
un duro mestiere per la schiena 
e la vista. 


Nelle buie domeniche d'inverno 
arduo mettere a fuoco 
lettere e parole straniere 
sui libri di testo della scuola serale. 


Orecchie delle pagine ripiegate con cura, 
brani evidenziati, 
tutti quelli su uomini linciati, incatramati di piume, 
sui roghi delle streghe – 


davanti a una tazza di caffè – 
quello nero che fanno gli zingari 
quando si siedono a fissar la pioggia, 
con le labbra che appena si muovono. 





Salmo 




Ci hai messo un bel po' a deciderti, 
oh Signore, su questi pazzi 
che governano il mondo. Arrivano dovunque 
e i loro artigli devono averti spaventato. 


Uno di loro mi scovò con la sua ombra. 
Il giorno si era fatto freddo. Ondeggiai 
fra il terrore e il coraggio 
nell'angolo più buio della stanza di mio figlio. 


Ho cercato con i miei occhi, Te in cui non credo. 
Ti impegni a rendere graziosi i fiori, 
a far sì che gli agnelli non smarriscano la madre, 
o forse nemmeno di questo ti curi? 


Era primavera. Gli assassini con un'aria sportiva 
e allegra, e le tue divinità 
al loro fianco per accertarsi 
che i nostri addii venissero pronunciati bene. 





Al tizio del piano di sopra 




Capo di tutti i capi dell'universo. 
Signor so-tutto, burattinaio intrigante, 
e qualsiasi altra cosa tu sappia fare. 
Avanti, smazza i tuoi zero questa notte. 
Intingi nell'inchiostro code di comete. 
Graffetta la notte con luci di stelle. 


Meglio per te sarebbe leggere nei fondi di caffè, 
o sfogliare l'Almanacco dell'Agricoltore. 
Ma no! Ti piace darti arie, 
e coltivare la tua rinomata serenità 
mentre siedi alla grande scrivania 
con niente di niente nel vassoio 
della corrispondenza in arrivo o in partenza, 
e tutta quell'eternità disseminata intorno. 


non ti fa accapponare la pelle 
sentirli supplicare in ginocchio, 
farfugliando tenere parole come se tu 
fossi una bambola gonfiabile a grandezza naturale? 
Di' loro di rimettersi in sesto e andare a letto. 
Basta fingerti troppo occupato per notarlo. 


Le tue mani sono vuote e così i tuoi occhi. 
Niente su cui apporre la tua firma, 
anche se tu sapessi quale nome darti, 
o credessi a quelli che continuo a inventare 
mentre per te scarabocchio quest'appunto nel buio.


Charles Simic'

Letto volte.

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