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TRA OTTOCENTO E NOVECENTO



Per i forestieri la locuzione "mestee de Milan" è sinonimo di affare al contempo grandioso, complesso e difficile: tale infatti doveva apparire la città col suo brulichio di uomini, le mille botteghe e mercati e il vociare continuo di gente indaffarata, a chi veniva dalla campagna o dalla modesta vita di paese. Eppure i mestieri di Milano sono i mestieri dell'uomo che è vissuto e vive in questa terra nel tempo; la dimostrazione in un'ampia panoramica storica, che prende le mosse dal Medioevo e giunge sino ai nostri giorni, della straordinaria forza e varietà inventiva dell'ingegno umano e della sua formidabile capacità di lavoro. Tocchi questa forza le vette dell'arte o si fermi all'umile traguardo di sbarcare il lunario come meglio si può, l'importanza è relativa. Conta la volontà di lasciare un segno, grande o piccolo che sia, ma certamente utile, di portare una bella pietra levigata o un sassolino alla costruzione di una positiva convivenza civile. E in questa Milano dai mille e più mestieri che continuano nei secoli, la civiltà del lavoro nasce e mantiene un'identità personale, che ha il sapore e il gusto dell'opera creata con felice impegno, con dura e amorosa fatica.



Questo modo concreto di dedicarsi, anzi di consacrarsi ad un lavoro personale per trasmettergli tutta la carica umana di cui si è capaci, entra nell'anima e nel sangue dei milanesi. Ancor oggi il milanese di nascita o di adozione quando lascia la casa per recarsi al lavoro non dice: "vado in fabbrica o in ufficio", ma proclama: "voo a bottega". La bottega, il laboratorio, "et mestee", è la sua patente di nobiltà.
haec tibi erunt artes
(Virgilio)



EL SCIOSTREE

Bottega tipica di Milano era quella del sciostree. La sciostra era un magazzino che vendeva un po’ di tutto dal carbone ai materiali da costruzione. Il termine potrebbe derivare dal latino sub strata (sotto la strada) visto che il luogo tipico della sciostra erano gli scantinati lungo i navigli, dove era più facile scaricare la merce che arrivava con i barconi.
Narra una leggenda che un vecchio carbonaio fece giurare al figlio di continuare a occuparsi di carbone. Giurò il figlio ma si innamorò della figlia del fornaio del negozio di fronte al suo. Che contrasto faceva il giovane tutto nero vicino alla giovane tutta bianca. Il fornaio che non amava questo contrasto gli disse” O cambi mestiere o cambi amore”. L’ingegno giunse in soccorso del giovane che, per salvare capra e cavoli, si mise a lavorare nel …carbone bianco dei fiumi e dei torrenti lombardi.








EL GHISA

Il soprannome è nato dal cappello a cilindro, alto e grigio della loro prima uniforme (1860), che per il suo aspetto richiamava i tubi di ghisa di certe stufe tedesche in commercio a Milano in quell’epoca. L’uniforme era composta da calzoni lunghi scuri, redingote blu, cappello grigio, guanti di pelle, stivaletti e bastone.



L’ASTRONOMO

Un astronomo ambulante in Piazzetta Reale fa vedere per qualche monetina la Madonnina e vende cartoline astronomiche e portafortuna.



IL BARCAIOLO

Lungo il naviglio le piccole barche erano il mezzo naturale per traghettare o spostarsi sui brevi percorsi verso le fiere o i mercati o per servire i minuti traffici locali, ma nel Seicento comincia ad emergere l’esigenza di viaggiare e nel 1645 inizia un servizio regolare, da Tornavento fino alla darsena a Milano,che raccoglie passeggeri dei vari paesi lungo il percorso. E il nome de “el barchett de Boffalora” verrà dato da allora e indistintamente a tutte le corriere del Naviglio Grande, anche dopo che nel 1913 fu sospeso il servizio.



EL POLENTATT

Venditore di polenta e altri umili cibi cotti.
Recita il sonetto di Carlo Baslini:
A duu pass di Colonn de San Lorenz
Gh’è on polentatt anmò di temp indree,
che in dì giornad de magher e astinenz
l’jutta a schivà i pecaa col fa danee.
On polenton quataa con la pattona
Gh’è là sul banch in vista di client,
e om’insalasa tant gustosa e bona
de fasolitt l’è il su on piatt arent.
Merluzz in la marmitta d’on bel bione on gra baslott de pess infarinaa;
e attacch al mur de la bottega, in fond,
gh’è poeu el padron davanti alla formella,
intent, in mezz al fumm d’oli brusaa,
a fa saltà i pessit in la padella.



EL MOLETTA

Era l’antico mestiere dell’arrotino, quello che un tempo girava le strade di Milano col carretto fermandosi ad arrotare coltelli e forbici, man mano che gli venivano affidati per “ona molada”
Dedicata all’arrotino questa tipica canzone popolare milanese:

Mè pader fa el moletta
E mi foo el molettin
quand sarà mort mè pader
faroo el moletta mi.
e zom e zom e zom
e zom e zom e zom e zi
quand sarà mort mè pader
faroo el moletta mì.

Mè pader ciappa i zvanzigh
E mi ciappi i quattrin,
quand sarà mort mè pader
faroo el moletta mi.
e zom e zom e zom
e zom e zom e zom e zi
quand sarà mort mè pader
faroo el moletta mì.



LA LAVANDERA

Senza badare ai passanti e alle carrozze, le lavndaie spingevano i loro rumorosi e traballanti carretti da un lato all’altro della strada. Si usava dire:”l’è come on car de lavande, con pù l’è voeud con pu’ el fa frecass” è come un carretto di lavandaio, tanto più strepita quanto più è vuoto.La lavandaia si presentava sull’uscio di casa con la parola d’ordine: “Gh’è chi la lavandera! Tabell de la lavandera!” La “tabella” era la nota o lista del bucato. Il lunedì ritirava la biancheria sporca con la preparazione della nota; il sabato riconsegnava la biancheria pulita che veniva controllata capo per capo.

C’era tutto un florilegio di canzoni intorno alla lavandaia:

”La bella lavanderina che lva i fazzoletti per i poveretti della città.”

“La bella la và al fosso”…è la storia del tenero incontro tra la lavandera e il pescatore. Ma l’idillio viene disturbato dal grido del venditore di verdura:
“La bella la và al fosso
(ravanej, remolass, barbabietol e spinazz
tri palach al mazz)
la bella la va al fosso, al fosso a redentà.
…Nel bel che la rasenta…”

“Bel meste la lavandera
bel mestè propri de bon
lee la canta e lee la frega,
lee la canta i so canzon…”



EL BRUMISTA

Deriva da brumm: carrozza a 4 ruote per 2 persone, dal politico e letterato Brougham che la fece diventare di moda. Dal 1870 ai vetturini venne imposta dalla Giunts Municipale una divisa, e dal 1876 i primi tassametri a tempo (soprannominati dai Milanesi “I ragionatt” perché tenevano il conto della corsa). Nel 1906 su introdotto il tassametro a chilometraggio: 60 centesimi i primi 800 metri. L’ultimo brumista sembra essere stato il sugnor Togn Esposti che smise nell’aprile 1978 andando in pensione. Ora Milano è priva di carrozze cocchieri: e pensare che vantava una tradizione antichissima, se è vero quello che racconta Ennodio, vescovo del VI secolo, secondo il quale Teodorico volendo dare a Roma uno spettacolo di corse coi carri, per essere sicuro di avere dei cocchieri veramente bravi, li fece arrivare da Milano.



EL PATEE

I rigattieri avevano un tempo il loro quartier generale nel pieno centro della città, vicinissimo al duomo. Chi passa per via Pattari ( ora piena di ussiosi negozi) non può rivivere il passato se non facendo uno sforzo di fantasia, perché nulla, tranne il nome, è rimasto di quanto vi fu all’epoca del maggior trionfo pattario, vale a dire dal XII al XIX secolo. Sulla stretta via Pattari si aprivano buie bottegucce che vendevano un po’ di tutto; qui il povero antiquario e lo straccivendolo erano tutt’uno. Si trovavano gonne, camicette, ma soprattutto abiti da uomo. Il patee vestiva infatti prevalentemente il sesso maschile con tabarri, giacche, cappelli e sciarpe.



EL FIRONATT

A Milano in autunno per le strade giravano i fironatt che vendevano le collane di castagne, i marronatt, venditori di castagne insieme al “Gigi de la gnaccia”, venditore ambulante di castagnaccio, che sostava davanti alle scuole.



COO D’OR

Già nel 1700 esisteva un corpo incaricato di spegnere gli incendi, ma fu il viceré Eugenio nel 1811 a dare loro una sede e a fornirli di un elmo in ottone lucente: per tale motivo vennero soprannominati “teste d’oro”. La figura del pompiere divenne simpatica ai milanesi non solo per il suo carattere semplice e gioviale, ma anche per la divisa in panno di amianto blu, la cintura in pelle stretta in vita per appendervi l’accetta, gli alti stivali e il lucente copricapo. Accorreva non solo in caso d’incendio ma anche alle riunioni sportive, partecipava alle processioni e ai cortei comparendo subito dopo il gonfalone di Sant’Ambrogio portato dai facchini. Nel 1935 i pompieri d’Italia vennero riuniti in un unico corpo nazionale alle dipendenze del Ministero degli Interni: così o pompieri di Milano vennero sciolti per essere incorporati nei Vigili del Fuoco.



EL CAFE’ DEL GENOEUCC

Accanto ai famosi e rinomati caffè del centro, quali il caffè del Teatro della Scala, il Caffè dei Virtuosi, quello dell’Accademia e il Caffè Albanelli (descritto da Carlo Porta) , fra i caffè più celebri, anche se era senza …bottega, c’era il Caffe del Genoeucc, che resistette fino all’inizio della prima guerra mondiale. Si trattava di un carretto attrezzato per la distribuzione del caffè caldo, che il cliente stesso spillava da un rubinetto talemnte basso da dover appoggiare il ginocchio su una tavola posta a terra. El Caffè del Genoeucc girava di notte per le vie del centro e stazionava prevalentemente in piazza Duomo, offrendo la sua calda bevanda ai nottambuli e ai lavoratori mattinieri: spazzini, brunisti, facchini e altri umili artigiani.



EL PICCAPREI

Gli scalpellini che anticamente lavoravano per la Fabbrica del Duomo, qui durante la copertura del naviglio in via Fatebenefratelli.



EL FRUTTIROEU
Al versiere i venditori ambulanti di frutta e verdura convivono all’ombra di storici bottegai.
Letto volte.

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