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storie e poesie
Poesie di Pier Luigi Bacchini




Non doratevi, già segretamente aurate

Non doratevi, già segretamente aurate,
non arrugginite, non raggrinzite
quanto un piccolo pugno,
disseccato; restate sempreverdi
finte immortali, simili all'altamente profumata
- e nemmeno sfrangiata
di fronte al vento, coriacea e lucente -
alla regale magnolia, con i semi amaranto;
o alle conifere montane
le antiche cenozoiche.
Non diventate trasparenti, sempre più,
telari lisi
già scarse nel mese d'ottobre,
con nostalgie infinitesimali, un po' indeterminate
come i fischi d'un treno distante
e collegi là in fondo, dentro la foschia
- spazzini sotto muretti erbati,
irrealtà, quasi un disturbo visivo
che nell'intimo spaventa
con l'immagine talvolta
che la materia
d'improvviso scompaia.


Ma tutte le sfumate gradazioni
i delicati intrecci,
gl'inudibili crepitii particellari
sarebbero stati inutili: lo sperpero
d'un Dio, la sua noia.
E ogni minimo sgretolamento, tipo il trascurabile uragano,
il ferro sciolto nel magma,
dicono la fatica
dall'origine
e la tremenda concretezza del mondo,
- senza via di scampo per noi.




ELICA

Quanta folla nel vento
se l’ascolti dal camino notturno
si pensa a quelli di sopra
nelle stanze da letto.
La vita
non si sa come sia sorta. Fancis Crick
ci dice che sia caduta dagli spazi
già avvolta ad elica.
Se avvicini uno specchio
alla bocca del dormiente
il vetro si appanna. Allora con molta facilità
ci si ricorda di una propria colpa.

Per il bosco, adesso, o lungo il Rio
il più innocuo cespuglio assume forme strane,
come se invisibili divinità
dessero manate selvagge all’erbaspagna, al frumento:
anche gli animali stanno acquattati, e si stringono
alle covate.





LAVORO LAVORO

Le persone inchiodate nei loro cappotti -
in stanghe di luce, cristalli
lungo le stazioni.
Teste scosse
sul treno. E l’aurora

con emissioni cromatiche, frange, finte
esplosioni d’arancia,
nubi sbranate.
Tra pali neri. Alcune teste
sugli schienali.

Ma vi sono indimenticabili giorni nella vita

quando si vive
a livello biologico. Come la donna,
che teneramente fa tremare anche i vecchi,
che raccattano spremute ghiandole germinali.
Anche una donna matura, un poco patita
in viso, pallida
così abbandonata ancora. E come illogica allora la morte
nell’inforcatura. I rami bianche ora si velano.
Mi piace
se piove lungo una strada, con un po’ di sole
l’asfalto diventa azzurro, specchia.
Ma vi sono desideri impossibili.

(da Contemplazioni meccaniche e pneumatiche, 2005)



IL MIO STRUMENTARIO

Questo arto, la mano,
è la mia psiche dalle cinque dita,
non è come una conchiglia gettata e ripresa
e rigettata da un’onda
di un mare primordiale
per una bacheca.
E anche la mia lingua,
che supera la chiostra dei tuoi denti
come un animale erettile e marino,
e a lungo

ci si unisce nel seme -

Io ridico parole con il grido
di cetacei tornati dall’oceano

o col loro silenzio di mandrie
arenate sulla spiaggia -

le ascolto inconsapevole,
risalite dagli umidi secreti, filtrazioni
lungo lo speco
tiepido del midollo.

E molte molecole mi nutrono
ogni giorno, dalle mille evoluzioni
radiazioni sperdute, piante morte
e comete polverizzate -
e molte molecole mi curano
con tenerezze materne
sebbene con effetti collaterali,
replicando l’arcaico formulario
del mondo
- di natura sintetica ed erboristica
per correggere le nostre anomalie – padre, madre, -
incolpevoli, i deficit
percettivi,
vestibolari e tiroxina
ed acetilcolina…
E se mi avessero inoculato
un qualche ml in più o in meno
dopandomi
non andrei lungo i viali con lampioni d’autunno
per la città
nella loro simmetrica malinconia, e non sarei
un poeta da pubblicare.



IN VILLA

Il processo notturno
sulle creste occidentali
conserva un trasparente chiaro,

e ancora mostra i poderosi dorsi
del pianeta.
Come peli ruvidi nelle forre d’un volto maschile
spuntano nelle vallette le querce
gli olmi e le varie acacie dei boschi:
lente d’ingrandimento su vegetazioni di barbe -
si acquietano, microrganismi dermici, le gazze
e i picchi che battono i duri becchi sui tronchi.

E mentre la luna
fa passare veloci spettri lungo il Rio Campanara,
gli spezzettati lombrichi muovono e impastano
sostanze organiche,
e a orari stabiliti per la grande valle di destra
romba distante il treno del mare.
La rifrazione atmosferica ritarda l’avvento.
Ma nella pianura, a oriente,
fa quasi notte, con smagliature di fumo
e fasce di sonno. Ecchimosi.
Apparenze di stelle inesistenti. Altre esistenti
non si vedranno. Tane, dova lavorano morbide pellicce,
grotte, nidi, tumuli di formiche
popolano il globo e le lampade laggiù di paesi e città
accecano le stelle.



IL VISITATORE

Questo giardino
difeso inutilmente
dagli spini di maclura. Anche i cani
li temono, le volpi. E il più furioso cinghiale
ha sanguinato.
Ho salvie rosse, un ricadente cedro.
E la fatica delle cicale
che si tramuta in canto. Sento passare il meridiano
accanto a me, tiepido anch’esso, portando aromi d’erbe
per molte terre, e resine
del nord su colori diversi;
e il filo del parallelo
che tenero lo incide. Nomi di fumi e venti,
e le altitudini, che declinano verso il mare.
Ho tenerezze animali
tra i cespugli – ma uno verrà
come il sorriso più benevolo
e una mano sudata.
Schricchiolii di passi sulla ghiaia.

(da Canti territoriali, 2009).








Pier Luigi Bacchini (Parma, 29 maggio 1927 – Medesano, 5 gennaio 2014) è stato un poeta italiano.
Originario di Parma, in cui risiede fino al 1993, vive sulle prime colline di Medesano. Debutta sul palcoscenico della poesia italiana nel 1954, con la raccolta Dal silenzio d'un nulla. Pubblica Canti familiari (1968), Distanze fioriture (1981) e Visi e foglie, con cui si aggiudica il Premio Viareggio. Con Scritture vegetali (1999, Premio S. Pellegrino) gli orizzonti poetici di Bacchini si aprono a una poesia nuova e ricca di suggestioni: l'approccio scientifico al mondo naturale, di ascendenza lucreziana, è tradito dall'utilizzo del lessico specifico della botanica e della medicina.
Bacchini indaga l'universo, ne analizza la struttura geometrica, cantando l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande, in una poesia che non è tuttavia priva di una tensione metafisica e di un afflato visionario. Nel 2003 pubblica Cerchi d'acqua, una raccolta di haiku e tanka, edita da Garzanti, in cui il poeta si misura con la brevità e la limpidezza della verso orientale. In Contemplazioni meccaniche e pneumatiche (2005) Bacchini riprende e amplia le principali tematiche delle raccolte precedenti, riscoprendo un nuovo sentimento del tempo.
Al 2009 risalgono i Canti territoriali (il titolo è un «termine etologico a indicare i canti amorosi e guerreschi degli uccelli»), in cui il poeta canta la varietà delle specie animali, vegetali e minerali, i vuoti siderali e le distese equoree, la tensione della storia che si risolve nell'abbraccio ricompositivo del tempo naturale, simboleggiato dal mare, e sfuma nel mito. L'universo bacchiniano si popola di forme fluttuanti e policrome, che spiccano per vivacità e colore sullo sfondo di un paesaggio primordiale. Ponendosi sul solco di una linea poetica già consolidata, Bacchini si interroga sulla scienza, lasciando trapelare l'idea che essa, lungi dallo svelare il segreto della natura, ne accresce anzi il mistero e il fascino (La campagna ha segreti / nonostante la botanica e gli studi topografici, / e si popola di solitudini, specie di notte, / o al sole ammattito di luglio).
Nel Settembre 2010 con i Canti territoriali si aggiudica il Premio Brancati. Nel 2013 la casa editrice Mondadori lo celebra pubblicando, nella prestigiosa collana degli "Oscar", Poesie, volume che raccoglie, nella forma di opera omnia bacchiniana, l'intera sua produzione poetica. Si spegne il 5 gennaio 2014, all'età di ottantasette anni.
fonte wikipedia

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