
Tony Harrison è nato a Leeds, città industriale dello Yorkshire occidentale il 30 aprile del 1937. Diplomatosi in linguistica con una tesi di dottorato sulle traduzioni in versi dell’Eneide intraprese l’insegnamento dell’inglese dapprima presso l’Università di Zaria, in Nigeria e successivamente a Praga dove maturò il suo interesse per il teatro e la traduzione libera dei classici. Rientrato in Inghilterra nel 1967, Harrison decise di dedicarsi a tempo pieno alla poesia.

Eredità
Come sei diventato poeta è un mistero
Dove cavolo hai preso il tuo talento?
Dico: avevo due zii, Jack e Harry –
uno era muto, l’altro balbuziente.

Interurbana
Per quanto mia madre fosse morta da due anni
papà teneva le sue pantofole a scaldare sul fornello,
metteva dalla sua parte del letto la boule
e le rinnovava la tessera dell’autobus.
Non potevi fargli un’improvvisata, dovevi avvertire.
Si prendeva un’ora per avere il tempo
di togliere d’attorno le cose di lei e sembrare solo
come se il suo amore acerbo fosse un delitto.
Non poteva rischiare lo scontro con la mia incredulità,
per quanto certo di sentire da un momento all’altro la chiave
girare nella toppa arrugginita e liberarlo dal dolore.
Sapeva che lei era solo uscita un attimo a comprare il tè.
Per me la vita finisce con la morte, e basta.
Non siete usciti a fare la spesa tutti e due;
però nel nuovo taccuino di pelle nera c’è il tuo nome
e il numero staccato che ancora chiamo.
(da: Tony Harrison, "V e altre poesie", Einaudi)
Traduzione: Massimo Bacigalupo

Sotto l'orologio
Sotto l’orologio Dyson a Lower Briggate
si davano appuntamento i miei genitori da fidanzati.
C’era un Padre Tempo e Tempus Fugit
che sporgevano di lato sulla strada
sulle vetrine con sbarre piene di anelli matrimoniali,
insieme ai nomi si incideva ‘per sempre’,
come quella di papà che sentivo quando ci tenevamo per mano,
o quella al dito della mamma che si sgretolava nelle fiamme della cremazione.
Oggi di nuovo sul Briggate mi sono fermato e ho visto
le lancette rosse su XII e V Romani
quegli amanti non si incontreranno mai più lì sotto,
felice di incurvarmi Padre Tempo e sopravvivo.
Vedo la falce, la clessidra, le ali,
il latino che mi chiedevi con orgoglio di tradurre
e penso alle scatoline con i vostri anelli,
sotto l’orologio per continuare i nostri appuntamenti.
Traduzione: Raffaella Marzano

Le luci chiare di Sarajevo
Dopo le ore che gli abitanti di Sarajevo passano
in coda con taniche di benzina vuote
per fare il pieno e spingerle a casa su passeggini,
o in fila per pochi preziosi grammi
di pane, la loro razione quotidiana,
scantonando per evitare i cecchini,
o faticando su per undici piani
con l’acqua, diresti che le notti
di Sarajevo dovrebbero essere vuote
di gente a passeggio per le strade bombardate,
ma stanotte a Sarajevo non è così:
i ragazzi passeggiano senza fretta,
sagome nere impossibili da definire,
maomattane, serbe o croate in tanto buio:
sulla strada senza luci non si distingue più
chi chiama il pane hjleb, o hleb o kruh.
Tutti prendono l’aria serale con passo tranquillo,
non hanno torce, ma non per questo collidono
a meno che non vogliano tentare un approccio
quando l’ombra scura di una ragazza li attira.
Poi il radar tenero dei toni di voce
rivela con i suoi segnali se le è gradita la corte.
Poi un fiammifero o accendino per la sigaretta
e il ragazzo legge negli occhi di lei cosa lo aspetta.
Una coppia qui accanto a certo superato
il test del tono di voce e del fiammifero
e credo che lui stia per prenderle la mano
e portarla via dal posto dove stiamo,
proprio su due crateri, dove, nel 1922,
i mortai serbi mieterono la fila per il pane
e le croste sanguinanti rimasero
sull’asfalto con i cadaveri smembrati.
E ai loro piedi i crateri delle granate
che fecerono strage sono pieni d’acqua
per la pioggia che è caduta tutto il giorno
anche se ora le nuvole si son tolte d’attorno,
lasciando sopra Sarajevo un firmamento
che pare fatto apposta per un bombardamento.
Nelle pozze dei crateri il ragazzo vede
i pezzetti e le schegge delle Pleiadi,
riflesse nei profondi buchi neri della morte
lasciati nell’asfalto dalle granate serbe.
La sagoma scura del giovane accompagna l’amica
a dividere un singolo caffè in una bottega,
fino al coprifuoco e lui le tiene la mano
dietro ai sacchi di sabbia già usati per il grano.
Sarajevo, 20 settembre 1995
Traduzione: Massimo Bacigalupo
Letto volte.