
Contraddizione
I
Io maschio ben costrutto
per l’amore ed avvezzo agli sportivi
giochi fisici, io, l’uomo dai lascivi
impeti, l’uomo in cui l’istinto è tutto,
io sono triste.
Io fecondo animale
che non conosco il rispetto
dell’altalena sociale,
e mi compiaccio dando lo sgambetto
alle dottrine dell’intelligenza,
saltando di piè pari sopra il petto
della menzogna detta convenienza,
io sono triste.
Io che passeggio sul puritanismo
a torso nudo come un gladiatore,
che sputo su Loyola con furore
e prendo a calci l’indeterminismo,
io che il metodo aborro e il sillogismo
e il fato greco e il mistico fervore,
io che son sperma e mani e occhi e creta
ma che non son poeta,
io sono triste.
Io che ho la penna in mano e fumo e stono
come un treno diretto,
che sono tutto in marcia, testa, petto,
gambe, riso, bestemmie, urla, perdono,
io sono triste...
III
O tristezza! Tu sei la benvenuta,
o amante dei poeti simbolisti.
Noi farem l’orgia delle cose tristi
sulla coltre dell’anima svenuta.
Adàgiati che possa contemplarti.
Sei figlia del rimpianto? Od il rimedio
dell’Impotenza? Maschera del Tedio,
o la modella delle Belle Arti?
Che sei? La febbre della notte eterna,
o un principio di gastrica? La morsa
dell’attesa o il respiro della corsa?
Sei la provincia o la città moderna?
Oggi, ieri, o domani? Il magnetismo
di un occhio ignoto, a un bivio, tra gli specchi?
L’elica di un Caproni od i cernecchi
d’un postiglione del romanticismo?

Il cuore è pieno di farfalle d'oro
Il cuore è pieno di farfalle d'oro
che volano e scintillano.
Cento campanellini squillano
dentro di me con lieve
ritmo argentino.
I pensieri compaiono, scompaiono,
giocano a rimpiattino,
fanno a palle di neve...
E il verso brontola...
Sono stanco delle parole
consuete.
Ho sete
di cantarti, o cuore,
liberamente
saltando ridendo piangendo d'amore.

Il saluto ai poeti crepuscolari
Ma voi non vedeste la vampa
sul mondo, nè potrete
la vita futura cantare.
Cadeste sul limitare
del tempo; moriste di sete
lasciando alla stampa
un breve sorriso di morte:
la vostra sorte
fu quella dell'onda che sciacqua
lieve lieve sulla sabbia,
non quella dell'ondata che si squassa
sugli scogli con impeti di rabbia;
foste la nuvola che passa;
il vostro nome fu scritto sull'acqua...
E tu cantavi la provincia,
le tragedie dei burattini,
il suono dell'Avemaria;
cantavi le domeniche
piene di sole e di malinconia
e aspettavi di morire,
Sergio Corazzini!
Io sognavo di cantare
la corsa in un mondo
più vasto; in un ciel più profondo,
dentro a un più profondo mare
la corsa vertiginosa:
volgevo la testa e senza posa
vedevo i tuoi burattini
ballare, gestire, manine, piedini,
al ritmo del tuo cuore stanco...
Poi sei morto. Ed io ti canto,
sepolto tra le rose
del camposanto,
poeta delle piccole cose,
mentre rulla il tamburo...
Domani le piccole cose
saranno per sempre sepolte
e la provincia domenicale
non avrà che il tuo tumulo a guanciale.
Le molte
provincie diverranno un regno senza
gli inutili tuoi re di cartapesta
con la corona in testa...
Tutto il mondo sarà
repubblica di scienza,
terra di libertà
dove l'ingegno governa,
e la conquista moderna
e le invenzioni
faran più svelti roteare i mondi
tra le costellazioni;
trascineranno gli uomini
con gesti isterici
e volti cadaverici
sotto le lampade...
E tu cantavi il passato, Guido Gustavo Gozzano!
Il gioco del volano cantavi e il divano tarlato;
cantavi soave, in sordina, i daggherrotipi, le essenze
di rosa, le diligenze; cantavi la crinolina...
Io sognavo di cantare il presente
vertiginoso, le macchine
rotanti, i salvatacchi,
il marciapiede lucente;
volgevo la testa e udivo
il milleottocentosessanta
suonare la gavotta sul pianoforte a coda
con l'aria di chi goda se qualche corda è rotta...
Avrei dato tutto Grimm,
il tuo Grimm falso e tarlato,
per un tango chez Maxim...
Poi sei morto: Ed io ti canto,
poeta del passato,
mentre rulla il tamburo...
Morto è il Passato, poeta!
...Domani passeran fischiando treni
per le ville languidette
del tuo sogno vestito d'ombra e niente:
morto è il Passato e con le baionette
stiamo uccidendo il Presente
per mettere in trono il Futuro...
...Ma tu, Sandro, tu
non cantavi che l'amore
e non usavi rime; amore, amore,
che dà baci e figli...
Oh! quel profumo di tigli
laggiù
nei viali del Valentino!
Oh! i baci nella nebbia del mattino,
gustosi come frutta! Oh! i baci presi
e dati e trascinati per i colli
torinesi!
Ricordo le sere, le folli
chimere, le angosce divine,
i circoli delle sartine,
il cake-walk...
Oh! giovanile certezza
di gloria! O del futuro
smanioso brivido santo!
Ma sei morto. Ed io ti canto,
poeta della giovinezza,
mentre rulla il tamburo...
Domani le piccole cose
dormiranno sepolte fra le rose,
domani il passato
sarà dimenticato,
ma l'amore, l'amore
rifiorirà nel cuore
dopo
tanto odio senza scopo,
riaprendo a fior d'acqua l'occhio puro...
Fiamme scoppiettanti, laceranti
incendiano il vecchio mondo,
poeti crepuscolari!
Sull'orlo dell'abisso senza fondo
ove caddero ad uno ad uno infranti
i vecchi altari,
m'accomiato da voi! Rulla il tamburo!

È tardi
È bene che si vada. È tardi. È molto tardi.
Vieni, dammi la mano;
rifacciamo la strada!
La tua casa è lontano.
Perché taci e ti guardi
la punta delle dita?
Piccola tu, mia vita,
vieni, fa tardi.
Le nubi si sono raccolte
tutte su Monte Mario
chiudendo l'ali grige.
Tu piangi e non sai perché piangi.
S'accendono i lumi;
tu vorresti dirmi qualcosa
e mi accarezzi le mani
e i tuoi occhi luccicano
tra le lacrime.
Vieni, dammi la mano;
è bene che rincasiamo.
Non dirmi nulla: io so bene
perché tu piangi.
Andiamo, mia piccola, vieni.
Tu piangi perché fa sera.

Studio di bianco e nero
Sono solo. Ha piovuto. C'è una luce
bianca là dietro ai pini neri. Cuce
una donnetta in nero un panno bianco.
La luce e il panno: bianco. I pini e l'abito: nero.
Oltre quel nero e bianco, tutto è grigio; il sentiero
grigio, le case grigie. Mi sento l'occhio stanco.
II
Cammino. Il Po scivola tra la sabbia.
Entro sul ponte in ferro: sono in gabbia,
ma in fondo sono ponti, fili, strade.
In villa, da bambino, dopo la pioggia, uscivo
a scuotere le piante perché mi divertivo
a rifare la voce della pioggia che cade...
III
Mi seggo sopra il muro d'una villa.
Ai miei piedi una chiazza d'acqua brilla,
e c'è dentro il mio sguardo che mi pesa.
Dopo una corsa folle tra piante di gerani,
cadde fra l'erba, fece conchiglia delle mani
e si spruzzò ridendo la bella gola accesa.
lo mi chinai sull'erba ad imitarla
e la finzione valsemi a baciarla
sui denti lisciarelli che ridevano.
«Che cos'è?» Fuggì via verso le amiche, ma
da lungi si rivolse e rossa sorrise. Tra
le piante di gerani le fanciulle correvano...
IV.
Piove di nuovo. L'ombra scende lenta
ed affonda nell' onda sonnolenta
del Po che se ne va verso l'esiglio.
Sono triste e non so perché. Posato un piede
su di un sasso, una donna con un panno provvede
che la pioggia non bagni il dolce volto al figlio.
Sono triste...
... incompleta

Ò visto
Ò visto la folla per le vie, la folla passare gaia.
Ma più gaia di tutti era una bimba
che aveva trovato il modo
di comprarsi una bambola...
II
Ò visto la folla peregrinare
davanti al santuario:
c'erano gli storpi, i paralitici,
gli etici, i ciechi:
tutti erano tristi,
ma la cosa più triste
era il volto di un bimbo
che non poteva comprare un fischietto che gli piaceva
e che stava sul banco della fiera
che c'è sempre vicino ai santuari.
Tutte le altre tristezze vicino alla sua
parevano diminuite...
III
Ò visto le monache passare tra i letti
dell' ospedale,
passare piane leggere
con un ticchettìo di rosari
sulle gonne grossolane;
e avevano gli occhi buoni,
gli occhi sommessi e calmi,
e io mi sono ricordato di Dog,
del mio povero cane,
che mi guardava con occhi simili
quando io ero malato...
Nino Oxilia

Nato a Torino il 13 novembre del 1888. Nino Oxilia morì eroicamente sul fronte di guerra nel 1917. Negli anni gozzaniani della gioventù torinese, appartenne alla bohème studentesca dell' epoca, collaborando a giornali e riviste. Raggiunse il successo solo nel 1911 quando compose insieme a Sandro Camasio Addio giovinezza, fortunata commedia goliardica. Allo scoppio della guerra per Trento e Trieste con il suo arruolamento volontario, attesta il precedente impegno poetico oltre lo schema letterario. Nel ruolo del Tamburo a suo modo incontra la morte e la vede nell' eroico. I suoi versi sono raccolti in: Canti brevi, Torino, 1909.
Letto volte.