Dino Campana era un poeta. Un poeta un po' matto. Era nato a Marradi il 20 agosto del 1885. Suo padre era maestro elementare, la madre, molto cattolica, avrà un rapporto sempre difficile con il figlio. La sua presunta follia non gli impedirà di studiare e iscriversi all'università. Era inquieto, partiva e ritornava, fuggiva in Argentina, con viaggi di cui si sa poco ma che emergono dai suoi versi.

Forse non era poi così matto, almeno fino a un certo momento della sua vita. Sibilla Aleramo che in realtà si chiamava Rina Faccio era maggiore di lui, era nata nel 1876 ad Alessandria. Era una donna fatale, bella e famosa da quando aveva pubblicato un romanzo che in parte ne racconta la storia: Una donna. Simbolo per decenni del femminismo italiano, perché raccontava della violenza subita a 15 anni e del matrimonio riparatore; della presa di coscienza e del coraggio di lasciare poi quel marito violento e prepotente. Quando Campana la incontra lei ha quarant'anni, lui quasi 10 di meno. Lui ha già passato periodi difficili, ricoveri per gravi crisi depressive, alti e bassi e le sue condizioni di salute non sono buone. E' in cerca di un lavoro perché con la poesia non si vive affatto bene, vive in due stanzette in uno sperduto paesino dell'Appennino che si chiama Casetta di Tiara, con i pochi soldi che gli manda il padre.

E' il 3 agosto del 1916 quando Sibilla e Dino s'incontrano per la prima volta. Dalla corriera che s'inerpica al paese scende una donna in bianco con un grande cappello: si dirige verso Dino che l'aspetta appoggiato ad un muretto. Poco tempo prima lui gli aveva scritto dopo la lettura di Canti Orfici: “Chiudo il tuo libro, le mie trecce sciolgo”. Tra i due nasce una passione furibonda, e il termine furibondo non è casuale. Forse Dino, effetto da sifilide, sarebbe comunque impazzito del tutto, ma Sibilla ci mise del suo con un'arte e un metodo invidiabile. Va immaginato il contesto. Lui è un barbaro poeta, soffre di ossessioni, di cattivi pensieri, non dorme la notte: ha la percezione del suo grande talento, ma ha anche addosso una grande tristezza e una pacata gentilezza che gli permette ogni tanto di trovare spiragli in cui riesce a concepire più profondità di altri. Lei è sempre lei, sempre al centro delle cose, sempre al di sopra delle righe: quando scriveva, quando parlava, quando amava, quando viaggiava.
Un'eroina romantica delle lettere con un talento per il cattivo gusto, ma anche con un raro talento: il coraggio di vivere con generosità. Quando s'incontrano Dino non spera nemmeno di poter vivere una storia d'amore con questa donna mirabile, poi si lascia andare a quella che sarà la sua più grande passione. Lei ha tanti uomini, ma gli promette che esisterà solo per lui. Dino è attraversato dai venti freddi della sua mente, come li chiama lui. Dino conosce bene gli amanti di Sibilla. In quel periodo si chiamano Cardarelli, Carrà, Prezzolini, Soffici, Papini, per fare alcuni nomi. Lui viene travolto dalla gelosia e si trasforma e peggiora ogni giorno. E' un poema maledetto quello che stanno scrivendo. Si stabiliscono a Settignano da un'amica svedese che rimane sbigottita dalle violente liti. “Saremo un solo gemito” scrive Sibilla. Decidono di passare il Natale del 1916 a Marradi, il paese natale del poeta, in uno squallido albergo il Lamone. Qui accade qualcosa di sottile e terribile che peggiora ulteriormente la mente di Campana. Sibilla lo porta da uno psichiatra il quale spiega alla donna che la sua follia deriva dalla sua infezione e che non può fare nulla, e la mette in guardia contro il rischio di ammalarsi a sua volta.

E' il 21 gennaio 1917, e lei decide di non vederlo più ma non riesce a staccarsi completamente da lui e dopo qualche tempo comincia a scrivergli lettere appassionate. Lui le chiede di tornare da lui, lei risponde di no ma scrive: “Ti amo ancora”. Lei lo cerca ma poi fugge, fino a quando decide di lasciarlo davvero e di non scrivergli più, quando ormai Dino non è più in grado di scrivere e nemmeno di vivere. Fu internato in manicomio e non ne uscì più fino alla morte, nel 1932. Non sappiamo che amore fosse stato il loro se la vita li avesse aiutati. Lei scrisse che lui meritava il castigo: “Per le rose che furono calpestate presso l'orlo della mia veste. Io ch'ero la vita” Lui, due anni prima di morire scrisse in una lettera indirizzata ad un amico: “Tutto va per il meglio, nel peggiore dei mondi possibili”. Ma in quel peggior mondo possibile Sibilla non c'era più.
La Aleramo continuerà la sua attività di donna impegnata nella letteratura e nella politica, avrà altri amori, attraverserà il fascismo, nel secondo dopoguerra si iscriverà al PCI. Morirà nel 1960.

In un momento
In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose
Dino Campana

Lettere
A Dino da Sibilla
"Tremo aspettando che tu mi scriva. M'hai amato, quei giorni. T'ho avuto tutto nel primo sguardo, cosi interamente. Perché tremo? E l'ultima sera m'hai detto: "Tanto dubitavi di te?...".
Oh, ma è la verità. Dino. Io, che non vorrei, che mai avrei voluto cambiarmi con un'altra creatura, io che so il mio valore, so anche tutta la mia miseria, so che se tu domani mi scrivessi che è stato un sogno, che ti sei svegliato, che non mi ami, troverei nel mio orrore da chinare il capo... Perché amarmi, tu? Anche oggi, che povere frasi sciocche devo averti scritto. Come quando t'ero accanto, che non sapevo che piangere o baciarti. E ho fatto piangere tanti dacché vivo. Che importa se per ogni lagrima che ho fatto scendere ne ho versate io stessa cento. C'è tanta ombra intorno a me. Puoi averlo sentito, puoi, dopo che son partita, averlo sentito, tu che sei fatto per il sole... Dino, Dino!
M'hai detto: "tu non dici: sempre, mai, come le altre". Ma stasera mi sembra che mai io mi sia sentita davanti all'amore una cosi piccola cosa oscura. Dopo tutto quanto ho vissuto e voluto, dopo aver benedetto ogni sforzo e ogni martirio credendo ogni volta di crescere e d'adunar luce in me, come mi trovo davanti a te! E se tu sapessi il disprezzo che ho per queste stesse parole con le quali cerco come d'inginocchiarmi. Amore mio,solo questo. Tacere, non dovrei che tacere, aspettando. Bisogno di distruzione, dicevi... Come m'hai parlato del "nostro" lavoro, quell'ultimo mattino! Della cosa bella creata sotto il cielo dal fatto solo del nostro amore. - Senti i miei silenzi? - T'ho veduto staccato da tutti, libero come nessuno, e più umano ancora di me, oh Dino, ch'ero cosi sola a portar tutta la mia umanità. Ma più forte di me, anche. Più alto. So quel che dico. Che ti potrò dare? T'adoro. E sento tutta la mia impotenza,non faccio che pensare a te"Dino, provo qualcosa di tanto forte che non so come lo reggerò... Sei tu che mi squassi cosi? Che cosa m'hai messo nelle vene? E sempre ho negli occhi quella strada col sole, il primo mattino, le fonti dove m'hai fatto bere, la terra che si mescolava ai nostri baci, quell'abbraccio profondo della luce. Dove sei, che mi sento cosi strappata a me stessa? Mi chiami, o m'hai dimenticata? Oh ti voglio ti voglio, non ti lascerò ad altri, non sarò d'altri, per la mia vita ti voglio e per la mia morte, Dino, dopo questo non si può esser più nulla, oh, sapere che anche tu lo senti, che rantoli anche tu cosi Mi aspetti, dimmi, mi aspetti, vero?Ti desidero e ho bisogno di te,saremo soli sulla terra. Bruceremo. Hai visto che siamo vergini, che qualcosa non ci fu mai strappato? Per noi. Più a fondo, più a fondo, ci mescoleremo allo spazio,amore mio.Dimmi che mi manca cosi il respiro perché mi chiami,perché mi vuoi.........Ti amo
7 agosto 1916
Da Dino a Sibilla
Mia cara amica
sono troppo stanco e troppo ammalato per cercar di comprendere. Prendo il partito dei più deboli, il mio solito partito: parto.
Regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore. Non posso dirti altro dopo questo. Mia cara sono realmente ammalato non ho potuto sopportare l'attesa e le tue lettere Ricevo ora il telegramma Parto domattina per la Casetta. Là c'è il silenzio.
Io ti amo tanto e rimpiango la poesia solo perché essa saprebbe baciare il tuo corpo di psiche e il tuo viso roseo e nero colla bocca sfiorita di faunessa.
Perdonami se non voglio essere più poeta neppure per te. Sai che neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla — e senti la mia infinita desolazione. Ti porto come il mio ricordo di gloria e di gioia.
Ricorda quando soffrirai colui che ti ama infinitamente e porta per se solo il tuo colore. L'ultimo bacio dal tuo Dino che ti adora.
Letto volte.