
Torneranno a casa
La mattina rientrai con molta gente in città mentre ancora echeggiavano in lontananza schianti e boati. Dappertutto si correva e si portavano fagotti. L'asfalto dei viali era sparso di buche, di strati di foglie, di pozze d'acqua. Pareva avesse grandinato. Nella chiara luce crepitavano rossi e impudichi! gli ultimi incendi, la scuola, come sempre, era intatta. Mi accolse il vecchio Domenico, impaziente di andarsene a vedere i disastri. C'era già stato avanti l'alba, al cessato allarme, nell'ora che tutti vanno tutti sbucano, e qualche esercente socchiude la porta e ne filtra la luce (tanto ci sono i grossi incendi) e qualcosa si beve, fa piacere ritrovarsi. Mi raccontò cos'era, stata la notte nel nostro rifugio dove lui dormiva. Niente lezioni per quest oggi, si capisce. Del resto anche i trams stavano fermi, spalancati e deserti, dove il finimondo li aveva sorpresi. Tutti i fili erano rotti. Tutti i muri imbrattati come dell'ala impazzita di un uccello di fuoco.
«Brutta strada, non passa nessuno», ripeteva Domenico. «La segretaria non si è ancora vista: Non si è visto Fellini. Non si può sapere niente.» Passò un ciclista che, pied'a terra, ci disse che Torino era tutta distrutta.
«Ci sono migliaia di morti,» ci disse. Hanno spianato la stazione, han brucIato i mercatI. Hanno detto alla radio che torneranno stasera. E scappò pedalando, senza voltarsi. La nostra strada era davvero solitaria e tranquilla. Il ciuffo d'alberi del cortile del convitto incoronava l'alto muro come un giardino di provincia. Qui non giungevano pemmeno i fragori consueti, i trabalzi dei tram, le voci umane. Che quel mattino non ci fosse trepestìo di ragazzi, era una cosa d'altri tempi. Pareva incredibile che, nel buio. della notte, anche su quel calmo cielo tra le case avesse infuriato il finimondo. Dissi a Domenico di andarsene, se voleva, a cercare Fellini. Sarei rimasto ìn portineria ad aspettarli. Passai mezza la mattina riordinando il registro di classe per gli scrutini imminenti. Facevo addizioni, scrivevo giudizi. Di tanto in tanto alzavo il capo al corridoio, alle aule vuote. Fra un istante il cielo poteva di nuovo muggire, incendiarsi, e della scuola non restare che una buca cavernosa. Solamente la vita; la nuda vita contava. Registri, scuole e cadaveri erano cose già scontate. Borbottando nel silenzio i nomi dei ragazzi, mi sentii come una vecchìa che borbotta preghiere. Sorridevo tra me. Rivedevo le facce. Ne erano morti stanotte? La loro allegria l'indomani di un bombardamento - la vacanza prevista, la novità, il disordine· somigliava al mio piacere di sfuggire ogni sera agli allarmi, di ritrovarmi nella stanza fresca, di stendermi nel letto al sicuro. Potevo sorridere della loro incoscienza? Tutti avevamo un'incoscienza in questa guerra, per tutti noi questi casì paurosi si erano fatti banali, quotidiani, spiacevoli. Chi poi li prendeva sul serio e diceva «E la guerra», costui era peggio, era un illuso o un minorato.
Eppure, stanotte qualcuno era morto. Se non migliaia, magari decine. Bastavano.
Suonò il telefono. Era il padre di un ragazzo. Voleva sapere se davvero non c'era lezione. Che disastro stanotte. Se i professori e il signor preside erano tutti sani e salvi. Se suo figlio studiava la fisica. Si capisce, la guerra è la guerra. Che avessi pazienza. Bisognava comprendere e aiutare le famiglie. Tanti ossequi e scusassi.
Finii la mattina andando a zonzo, nel disordine e nel sole. Chi correva, chi stava a guardare. Le case sventrate fumavano. I crocicchi! erano ingombri. In alto, tra i muri divelti, tappezzerie e lavandini pendevano al sole. Non sempre era facile distinguere tra le nuove le rovine vecchie. Si osservava l'effetto d'insieme e si pensava che una bomba non cade mai dov'è caduta la prima. Faceva strano vedere i soldati. Quando passavano in pattuglie, con la pala e il sottogola, si capiva che andavano a sterrare rifugi, a estrarre cadaveri e vivi, e si sarebbe voluto incitarli, gridargli di correre, far presto perbacco. Non servivano ad altro, si diceva tra noi. Tanto la guerra era perduta, si sapeva. Ma i soldati marciavano adagio, aggiravano buche, si voltavano anche loro a sogguardare le case. Passava una donna belloccia e la salutavano in coro. Erano gli unici, i soldati, ad accorgersi che le donne esistevano ancora. Nella città disordinata e sempre all'erta, più nessuno osservava le donne di un tempo, nessuno le seguiva, nemmeno vestite da estate, nemmeno se ridevano.
Cesare Pavese
Suonò il telefono. Era il padre di un ragazzo. Voleva sapere se davvero non c'era lezione. Che disastro stanotte. Se i professori e il signor preside erano tutti sani e salvi. Se suo figlio studiava la fisica. Si capisce, la guerra è la guerra. Che avessi pazienza. Bisognava comprendere e aiutare le famiglie. Tanti ossequi e scusassi.
Finii la mattina andando a zonzo, nel disordine e nel sole. Chi correva, chi stava a guardare. Le case sventrate fumavano. I crocicchi! erano ingombri. In alto, tra i muri divelti, tappezzerie e lavandini pendevano al sole. Non sempre era facile distinguere tra le nuove le rovine vecchie. Si osservava l'effetto d'insieme e si pensava che una bomba non cade mai dov'è caduta la prima. Faceva strano vedere i soldati. Quando passavano in pattuglie, con la pala e il sottogola, si capiva che andavano a sterrare rifugi, a estrarre cadaveri e vivi, e si sarebbe voluto incitarli, gridargli di correre, far presto perbacco. Non servivano ad altro, si diceva tra noi. Tanto la guerra era perduta, si sapeva. Ma i soldati marciavano adagio, aggiravano buche, si voltavano anche loro a sogguardare le case. Passava una donna belloccia e la salutavano in coro. Erano gli unici, i soldati, ad accorgersi che le donne esistevano ancora. Nella città disordinata e sempre all'erta, più nessuno osservava le donne di un tempo, nessuno le seguiva, nemmeno vestite da estate, nemmeno se ridevano.
Cesare Pavese
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