
Aveva esposto 14 dipinti, e non ne rimase invenduto nemmeno uno. Se a quella mostra, allestita alla fine del 1981 dal mercante Paul Maenz in Lindenstrasse 20 a Colonia, il pittore italiano Salvo avesse presentato altre sue opere, avrebbe indubbiamente venduto anche quelle. Salvo, uno degli artisti nuovi, che da qualche anno ha riscoperto il gusto di dipingere con olio e pennello, ha reso concordi critici e mercanti su un punto: ha una spiccata personalità, ed è nato pittore. Ha inoltre una qualità rara sopporta bene e senza presunzione il successo. Altri pittori della sua generazione (è nato il 22 maggio del 1947 a Leonforte, nella provincia di Enna), che attualmente godono come lui di un vasto favore di critica e di mercato a livello internazionale, si considerano ormai definitivamente entrati nella storia dell'arte. Salvo, invece, si ritira in se stesso come un riccio. Non ama parlare del suo passato, sorride filosoficamente sul suo presente, ha ambizioni riposte per il futuro, ma con abilità dialettica nasconde molte cose di sé. Non ama l'autobiografia, non dice mai "io". Ha una bella famiglia, una giovane moglie e una figlia.

Salvo è ovviamente il diminutivo di Salvatore, ma il cognome rimane un mistero: lui sostiene che non è bello, ma che è facile scoprirlo sulla guida telefonica di Torino. Il nome per un artista ha una sua importanza d’immagine. Nonostante le indagini, comunque, il cognome di Salvo non è venuto fuori. Abita a Torino in una bella casa che non ha pretese di lusso a pochi passi dal Po. Lo studio in cui dipinge è nel salotto, dove abitualmente riceve gli amici. L'arredo è composto soprattutto da tanti libri.
Parlare con lui, a volte, è disperante. Come definisce il suo modo di pensare? In tre parole che non ammettono replica: "Esercizio della critica". Cos'è per lui la perfezione? Non ha dubbi: «La veduta del cerchio perfetto, in cui tutti i punti sono veramente equidistanti fra loro». Perché ha dipinto una serie di tele dedicate' a San Giorgio? «È stato valido per centinaia di anni, spero che lo sia ancora per due mesi». Cosa significa per Salvo un dipinto divertente? «Che sia gradevole a vedersi. La gradevolezza è un concetto di difficile definizione, perché spesso una cosa gradevole, vista tutti i giorni, diventa sgradevole». E perché rifiuta il discorso autobiografico? «Dipende dal tipo di autobiografia. In qualche modo ciò che può essere mostrato, non deve essere detto». Salvo è venuto con la famiglia a Torino quando era giovanissimo. Forse, dieci, dodici anni. Si è fatto da solo, senza spinte. Ha iniziato bussando subito alla galleria giusta, quella del torinese Gian Enzo Sperone, che nel 1968 aveva nella sua scuderia bei nomi di artisti come Michelangelo Pistoletto, Mario Merz, Gilberto Zorio, Giovanni Anselmo e Alighiero Boetti.

Era l'epoca in cui questi artisti, come i loro coetanei stranieri, avevano rinunciato a dipingere. Erano pionieri dell’arte povera nel vero senso della parola: dal mattone, allo straccio, alla scatoletta vuota di conserva di pomodoro. E con questi oggetti, che avevano molto poco di artistico, contestavano la mercificazione dell'arte. «Volevamo mutare la società», ricorda, «Non solo gli ingranaggi, ma anche i perni. Per me, in quel momento non era questione di fede, era una regola precisa: esprimersi nell'arte con tutti i mezzi che non fossero tradizionali». Per questo eseguiva opere con oggetti inusuali, inservibili, scriveva frasi su lapidi di marmo, o il proprio nome sul tricolore. E usò, come molti artisti concettuali, la fotografia. «Ma», confessa, «ho dipinto ininterrottamente dai 13 ai 18 anni». Quindi, anche quando bussò da Sperone, aveva in casa 181 tele dipinte. Espose presso questo mercante italiano della neoavanguardia nel 1969. Con Gian Enzo Sperone, Salvo è stato in rapporti di consuetudine sino alla metà degli anni Settanta. Anche se ha fatto parte per molti anni della scuderia dei più importanti artisti poveristi d'Italia, Salvo non ha mai avuto la soddisfazione di ottenere un giudizio qualsiasi da parte di uno dei maitre à penser dell'arte povera, Germano Celant. «Con lui non c'é mai stato rapporto», racconta, «E non c'é mai stata simpatia. E infatti mi ha sempre escluso da tutte le mostre che ha organizzato». Il primo critico che si è occupato di lui è stato Luigi Carluccio sulle pagine della «Gazzetta del Popolo» di Torino: «Il primo articolo della mia vita in cui sono citato». Salvo ha cominciato ad abbandonare la neoavanguardia per la pittura nel 1973. Un tradimento che in tutti questi anni gli ha portato fortuna. Si può vantare di essere stato il primo degli artisti italiani della neo avanguardia a riabbracciare la pittura e a riscoprire la gioia di rimescolare i colori sulla tavolozza. Nel suo studio passa da un cavalletto all'altro, studiando i più fantasiosi e vari cicli pittorici, per abbandonarli, e poi riprenderli qualche anno dopo. Come quello dedicato a San Giorgio, come le lapidi (dipinte), i notturni, i ciclisti. I suoi collezionisti all'estero hanno nomi importanti: Yvon Lambert a Parigi, John Weber a New York e il mercante Paul Maenz di Colonia. Chi, fra i suoi primi collezionisti italiani non ha permesso che si avessero dubbi sul suo nome e sul suo valore, è stato Luciano Pistoi, oggi mercante d'arte in ritiro. In gioventù, Pistoi fu critico d'arte dell’edizione torinese dell' «Unita», e, sempre a Torino, titolare della galleria Notizie. Per noia, poi, si è trasferito a Roma. Ha scoperto Giulio Paolini, un altro artista concettuale molto raffinato e fragile e fu proprio Paolini a parlargli dei dipinti di Salvo agli inizi degli anni Settanta: «Quel giovane siciliano fa quadri sgradevolissimi», diceva «ma è l'unico che non mi copia».

Quando Pistoi e Salvo si conobbero, il rapporto con Sperone era ormai terminato. «Per me», dice Pistoi, «fu un incontro felicissimo, perché coincideva con certe mie inquietudini. Ero annoiato. Lui conosceva tutti. Salvo è stato un anticipatore, il primo ad avere ripreso in modo polemico il pennello».
Non solo a Pistoi, ma agli stessi collezionisti della neo avanguardia e a critici e storici dell'arte come Renato Barilli, piaceva questo suo riproporre la pittura in una concezione nuova e moderna. «Ha voluto rifare perfino Carpaccio, Mantegna», racconta Pistoi. «Salvo ha voluto rivivere tutta la leggenda della pittura. Si tratta, in fondo, ancora di un’operazione concettuale, però nuovissima».
Salvo ha esposto per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1976, e non aveva ancora trent’anni. Il pubblico, abituato all’arte concettuale e povera, rimase stupito di fronte all’opera di questo pittore, l'unico tra gli artisti della neoavanguardia a esporre un dipinto: una grande tela ispirata al tema classico di San Giorgio e il drago. Negli anni Sessanta, Salvo guadagnava molto poco dalla vendita delle sue opere. «Per me», racconta, «raggiungere le centomila lire al mese, era già molto». Suo spirito guida, come critico, è Renato Barilli, che dice di lui: «È ricchissimo di spessori culturali, di tradizioni. È stato inevitabilmente risucchiato dal passato: i nazareni, i preraffaelliti, lo stesso de Chirico».
Qualche anno fa, Salvo ha decorato alcune sale in un grande palazzo lombardo: pittura araldica, battaglie dai colori accesi, stemmi con l'effigie del committente, così come vuole la tradizione.

Oggi, l'artista rifiuta di parlare di denaro e di ricchezza: non troppi anni fa, si è acquistato una macchina di grossa cilindrata. Era il primo regalo che questo inquieto meridionale si faceva da quando era arrivato a Torino, una città che quello che dà, certo non lo regala, soprattutto agli immigrati. E Salvo lo aveva ben capito, sin dal suo primo giorno, alla stazione di Porta Nuova.
Altri dipinti nella Galleria
Fonte:Le tavolozze di Narciso di Primo Levi ed. Mondadori
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