Un sogno spezzato

Mario Nannini, coetaneo del grande Ottone Rosai, visse soltanto ventitre anni, fu un irregolare del Futurismo e morì di spagnola sul più bello, quando il suo sogno di dare vita a un movimento futurista pistoiese stava forse per realizzarsi: “e s'immagina a quali conseguenze avrebbe saputo arrivare”, come scrive Parronchi.

Forse perché il suo sguardo “sapeva estrarre dal mare delle soprastrutture lo spirito che animava le forme nuove”.Nannini credette nella sua pittura con determinazione e ostinazione, resistendo alle feroci critiche materne, e imparò il mestiere disegnando, a carboncino, “scabre figure di campagna”. Credette nella pittura e nell'Italia, che stava in quegli anni fronteggiando la Prima Guerra Mondiale, vale a dire la durissima prova da cui, per dirla con Parronchi, tante illusioni dovevano sfumare e tante speranze riformarsi. Nannini credette nella sua arte e nella sua nazione ma venne dimenticato per tanto tempo, post mortem.

Scriveva Parronchi che il Futurismo, inteso nel suo spirito originale, assolutamente marinettiano, aveva valore proprio per il suo potere comunicativo e irradiante, per il suo carattere di febbre collettiva per cui non si poteva proprio non farne parte. E l'impatto ch'esso ebbe su artisti come Nannini fu molto netto: si trattò d'un “sommario incitamento a rompere con l'accademia e a buttarsi nell'avventura”. Nannini puntò all'essenza pittorica della nuova dottrina: a essa sembrava voler essere assolutamente fedele.

Mario Nannini nacque nel 1895 a Buriano, nel pistoiese, da una famiglia della buona borghesia. I Nannini caddero in disgrazia una manciata d'anni più tardi, nel 1904. Il giovane Mario, post scuole tecniche, frequentò dal 1912 il Regio Istituto per la Tessitura e Tintoria Tullio Buzzi, a Prato: e proprio a Prato conobbe il pittore Emilio Notte, quattro anni più grande di lui – ne derivò un discreto sodalizio, meno fertile di quel che poteva rivelarsi. In casa, Nannini era incredibilmente avversato dalla madre: a dargli sostegno, rifugio e consolazione fu una zia “severa e dolce”, per dirla con Parronchi, una zia decisamente convinta dei suoi talenti, sua prima modella.

I primi anni della breve attività pittorica di Nannini furono caratterizzati, sino al 1915, da un'impostazione figurativa; successivamente, secondo Fabrizio Zollo, mostrò sensibilità a istanze cézanniane già vive in passato in qualche opera post-macchiaiola, sino ad approdare, nel 1916, al Futurismo, complice l'apprezzamento per il cubo-futurismo di Ardengo Soffici.

Secondo Parronchi la sua partecipazione al Futurismo avvenne sotto forma di adesione a una nuova regola pittorica e a un impegno di stile: fu, in altre parole, elettiva e spirituale al contempo, senza tuttavia mai venire normalizzata o regolarizzata. Sta di fatto che Nannini fu molto deluso dal mancato inserimento del suo nome tra i pittori futuristi indicizzati nel numero di dicembre 1917 della bella rivista “L'Italia Futurista”: il giovane amico e collega Primo Conti, all'epoca nemmeno diciottenne, spiegò che il rifiuto era dovuto alla vicinanza della pittura di Nannini ad Ardengo Soffici, acerrimo rivale della rivista. Tra i nomi più rilevanti di quell'elenco, Parronchi ricorda Ottone Rosai, Achille Lega ed Emilio Notte, artista che “immise nel Futurismo una notevole potenza disegnativa e ricchezza d'impasto pittorico”. Spiace registrare l'assenza del povero Nannini. Qualche mese più tardi, mentre il nostro artista laterale, emergente e incompreso sognava di dare vita a un gruppo futurista a Pistoia, proprio assieme a Notte e a Conti, il destino si mostrò spietato: l'artista morì di spagnola.
fonte: lankelot.eu
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