
Ho un cielo al di là del cielo per tornare
Ho un cielo al di là del cielo per tornare, ma continuo
a lustrare il metallo di questo luogo, vivo
un’ora che scruta l’ignoto. So che il tempo
non sarà mio alleato per due volte, so che dal mio vessillo
uscirò uccello che non si posa sugli alberi del giardino,
uscirò dalla mia pelle tutta, e scenderanno
dalla mia lingua alcune parole d’amore
per la poesia di Lorca, che abiterà nella mia camera da letto.
Vede quel che ho visto della luna beduina.
Uscirò cotone dal mandarlo sulla schiuma del mare.
L’esule è passato portando settecento anni di cavalli.
L’esule è passato di qui per andare oltre. Dopo poche rughe
del mio tempo, uscirò esule dalla Siria e dall’Andalusia.
Questa terra non è il mio cielo, ma questa sera è la mia sera,
ho le chiavi, i minareti, le lanterne.
Possiedo me stesso. Sono Adamo dei due paradisi,
due volte perduti.
Cacciatemi dolcemente,
uccidetemi rapidamente,
sotto il mio uliveto,
insieme a Lorca…
Mahmoud Darwish

L’ultima sera in questa terra
L’ultima sera in questa terra
Nell’ultima sera in questa terra recisi i nostri giorni
dagli arbusti, contiamo le costole che porteremo
e quelle che lasceremo. Là, nell’ultima sera a nulla diremo
addio, non troveremo il tempo per la nostra fine…
Ogni cosa resta immutata, ma il luogo trasforma
i nostri sogni e gli ospiti.
All’improvviso non siamo più capaci di ironia,
e il luogo è pronto ad accogliere il nulla.
Qui nell’ultima sera godremo dei monti avvolti di nubi:
conquista, conquista e riconquista.
Un tempo antico affida al tempo nuovo le chiavi delle
nostre porte.
“Entrate nelle nostre dimore, conquistatori,
bevete il nostro vino, al ritmo semplice delle
muwashshahât. Di notte siamo la mezzanotte, non
c’è alba che un cavaliere porta, arriva nell’ultimo richiamo
alla preghiera…
Il nostro tè è verde e caldo: bevetelo! I nostri pistacchi
sono freschi: mangiateli!
I letti verdi in legno di cedro: cedete al sonno!
Dopo questo lungo assedio, dormite sulle piume
dei nostri sogni: entrate nelle lenzuola,
essenze sparse su porte e specchi a profusione.
Entrate! E noi usciamo tutti.
A breve quando saremo in paesi lontani,
cercheremo la nostra storia nella vostra .”
Alla fine ci chiederemo:
“L’Andalusia era lì o qui? In terra o in versi?”

Poesia strofica arabo-andalusa
Ho un cielo al di là del cielo
Ho un cielo al di là del cielo per tornare, ma continuo
a lustrare il metallo di questo luogo, vivo
un’ora che scruta l’ignoto. So che il tempo
non sarà mio alleato per due volte, so che dal mio vessillo
uscirò uccello che non si posa sugli alberi del giardino,
uscirò dalla mia pelle tutta, e scenderanno
dalla mia lingua alcune parole d’amore
per la poesia di Lorca, che abiterà nella mia camera da letto.
Vede quel che ho visto della luna beduina.
Uscirò cotone dal mandarlo sulla schiuma del mare.
L’esule è passato portando settecento anni di cavalli.
L’esule è passato di qui per andare oltre. Dopo poche rughe
del mio tempo, uscirò esule dalla Siria e dall’Andalusia.
Questa terra non è il mio cielo, ma questa sera è la mia sera,
ho le chiavi, i minareti, le lanterne.
Possiedo me stesso. Sono Adamo dei due paradisi,
due volte perduti.
Cacciatemi dolcemente,
uccidetemi rapidamente,
sotto il mio uliveto,
insieme a Lorca…

In un giorno come questo
In un giorno come questo, nell’oscura navata
della chiesa… nel pieno splendore femmineo,
nell’anno bisestile, nell’eterno incontro
del verde e del nero profondo di questa mattina
nell’incontro della forma e del contenuto, del mistico e del materiale,
sotto l’ampia pergola, nell’ombra effimera
si estende l’immagine del senso, in questo luogo sensibile,
incontrerò la mia fine e il principio
e dirò: Maledetti. Prendetemi e lasciate
il cuore tenero della realtà a sciacalli voraci
Dico: non sono cittadino
né profugo
voglio una sola cosa, null’altro,
una sola cosa:
una morte semplice e serena
in un giorno come questo
nell’ombroso angolo dei gigli
per ripagarmi, tanto o poco
di una vita contata nei
minuti
o nelle migrazioni.
Voglio morire in un giardino
né più, né meno.

Anche se fossi l’ultimo
Anche se fossi l’ultimo
troverei le parole necessarie...
ogni poesia è un disegno
ora disegnerò alle rondini
la mappa della primavera
i tigli a chi passa per la via
e i lapislazzuli alle donne.
Quanto a me,
la strada mi porterà
e io la porterò in spalla
finché ogni cosa recuperi il suo volto
così com’è
poi il nome originario.
Ogni poesia è madre
alla nube cerca suo fratello
vicino al pozzo d’acqua:
“O figlio mio, ti darò il cambio
io sono gravida…”.
Ogni poesia è sogno:
“Ho sognato di avere un sogno”
mi porterà e lo porterò
finché scriverò l’ultima riga
sul marmo della tomba:
“Mi sono addormentato... per volare”.
... Al messia porterò scarpe invernali
perché cammini, come ogni uomo,
dalla cima dei monti al lago.
Mahmoud Darwish

Scrivi!
Sono un nome senza cognome
paziente in un paese dove ogni cosa
vive col fremito di rabbia
le mie radici...
prima che iniziasse il tempo
prima del principio delle ere,
prima del cedro e degli ulivi
prima che germogliasse l’erba
Mahmùd Darwìsh
UN GRANDE CANTORE EPICO DELLA PALESTINA

È morto a 67 anni in Texas, in un ospedale di Houston, il ‘poeta nazionale della resistenza palestinese’. La sua produzione poetica, mescolando influssi moderni e una matrice classica, è diventata per i temi dell’attaccamento alla propria terra e della difesa dell’identità un punto di riferimento ideale per tutta la
comunità araba perché ne interpreta la memoria. Egli ha incarnato la figuratradizionale dell’aedo che canta le tragedie e le speranze della gente che non ha voce,ma che nelle sue parole riconosce di essere rappresentata. A lungo esule, diresse ildicastero della cultura al tempo del ritorno di Arafat a Ramallah, ma abbandonò l’incarico dopo breve tempo per incompatibilità con la classe politica locale.
Mahmùd Darwìsh era la voce della Palestina, un grandissimo poeta arabo, Mahmùd Darwìsh, a sessant’anni dall’invasione militare del suo paese di nascita, Birwah. Di quella notte ricorderà per tutta la vita gli spari e i fuochi e la disperazione di sua madre. Sin da giovanissimo si impegna politicamente a scrivere in difesa della sua terra, diventa subito l’aedo dei palestinesi, conosce il carcere, ma anche la solidarietà di tanti intellettuali israeliani. Negli anni Settanta parte esule al Cairo, poi a Mosca e infine si stabilisce in Libano dove sarà tra i maggiori esponenti della vita intellettuale negli anni che precedono, e durante la guerra civile. A Beirut partecipa al movimento detto la “letteratura di giugno” a cui fanno capo i collaboratori della rivista al-Adàb, per segnare la sconfitta del giugno del 1967 come data di partenza per un nuovo movimento culturale e politico. Si distingue subito per l’uso del verso libero e soprattutto per l’impegno politico. La sua opera si inserisce nella corrente del realismo e risente del clima di apertura intellettuale libanese. Sono gli anni in cui si traduce Whitman, Neruda, Lorca, ma sicuramente per Darwìsh è più forte l’influenza di Majakovskij e Sartre sul piano critico. Tali influssi si innestano su un solido impianto letterario di matrice classica araba. Se infatti la figura della madre e della amata/patria può rimandare alla memoria i temi cari a Gor’kij, lo sviluppo dei temi mistici, la nostalgia della bellezza dei poeti arabo-andalusi, o l’evocazione di poeti della tradizione classica araba allontanano ogni dubbio sull’impianto originale della sua produzione poetica. Le sue poesie per i temi dell’attaccamento alla propria terra, e della difesa dell’identità sono un punto di riferimento ideale per tutta la comunità araba perché ne interpreta la memoria. Egli ha incarnato la figura dell’aedo che, come nella tradizione classica, canta le tragedie e le speranze della gente che non ha voce, ma che nelle sue parole riconosce di essere rappresentata. Così negli anni, nel passare da una terra di esilio verso un’altra, diventa portavoce di tutta la comunità araba delusa dalle mille aspettative disattese, senza rinunciare a proiettare verso il futuro il sogno di un passato meraviglioso. Per questo Darwìsh ha un pubblico che ne conosce le poesie a memoria in un’area geografica che va dal Marocco sino all’Iràq.
Il poeta palestinese nel suo viaggio, come un povero emigrato, porta con sé la sola valigia dei ricordi; la sua odissea è ambientata nel mondo moderno che, per lui come per molti, è arido e ingrato quanto lo è un deserto di pietre.
La vita del poeta è segnata dalle innumerevoli sconfitte militari e politiche personali e del suo popolo; ha saputo affrontare con coraggio e orgoglio ogni prova, dalla prigionia all’esilio e infine alla malattia che, dopo tante operazioni, lo porta alla morte.
La sua vita ha assunto la metafora del viaggio, un lungo viatico con tanti approdi, che lo ha portato ad identificarsi, in un primo momento, con un novello Ulisse e poi in un esule Andaluso, cacciato via dalla nuova ondata della “Reconquista”.
La sua odissea lo ha portato dal Libano in Grecia e poi in Francia, dove la sua poesia ha capitalizzato l’amaro contributo della lontananza; dall’Europa infatti il triste sguardo del poeta si posa sui destini degli esuli del nostro tempo, le centinaia di migliaia di uomini e donne che transumano in cerca di libertà e lavoro. La sua poetica spicca così un ulteriore salto verso una dimensione nuova, più universale senza tradire la sua preoccupazione prima, quella di rappresentante del destino della sua gente che diventa metafora dell’umanità sofferente del nostro mondo.
Tra Parigi e Tunisi segue nell’esilio gli altri compagni partecipando attivamente al dibattito che porta ad Oslo, pur criticandone aspramente alcuni dei presupposti poiché riteneva che avrebbero inficiato la possibilità dell’effettiva implementazione del processo di pace.
Al di là dei dubbi e delle polemiche si è sempre impegnato in prima persona sino ad accettare la direzione del dicastero della cultura al tempo del ritorno di Arafat a Ramallah. Dopo un breve stagione di prova, l’asprezza del confronto con una classe politica troppo distante dalla sua visione lo porta ad allontanarsi da ogni incarico politico. Con il fallimento di Oslo si concentra sulla attività letteraria, riprendendo la pubblicazione della rivista di studi palestinesi Karmel, trascorrendo l’ultima fase della sua vita tra Ramallah e Amman.
La sua fama cresce e sempre di più la gente si aggrappa alle sue parole di speranza. Lo incontro in occasione di un recital a Damasco, in uno stadio gremito che, per pubblico e a noi occidentali ricorda i concerti pop degli anni Settanta. La gente canta le sue poesie musicate dal grande cantante libanese, Marcel Khalifa. Sventolano fazzoletti bianchi che sembrano evocare i versi scritti in occasione del suo primo esilio, dove evocava le mani amiche che salutavano la sua partenza.
Francesca Maria Corrao
Letto volte.