La natura ci ha "programmato" per saperci immedesimare negli altri: per comunicare e convivere meglio. Tanto che per far la guerra dobbiamo mentire a noi stessi...
Sappiamo subito, ancora prima di ragionare e di trovare motivazioni morali o, al contrario, alibi raffinati, che se una persona sta male va soccorsa. Che se un nostro simile soffre è giusto aiutarlo. Merito in entrambi i casi dell' empatia: la capacità di comprendere, quasi di rivivere le emozioni dei nostri simili, come gioia, stupore, rabbia, paura, sofferenza, ha infatti profonde basi biologiche. È programmata nel cervello di tutti noi come una condizione di natura universale. Il "bene" , inteso come attenzione e rispetto per gli altri, è dunque nel nostro patrimonio genetico.
Sappiamo subito, ancora prima di ragionare e di trovare motivazioni morali o, al contrario, alibi raffinati, che se una persona sta male va soccorsa. Che se un nostro simile soffre è giusto aiutarlo. Merito in entrambi i casi dell' empatia: la capacità di comprendere, quasi di rivivere le emozioni dei nostri simili, come gioia, stupore, rabbia, paura, sofferenza, ha infatti profonde basi biologiche. È programmata nel cervello di tutti noi come una condizione di natura universale. Il "bene" , inteso come attenzione e rispetto per gli altri, è dunque nel nostro patrimonio genetico.

La natura ci ha "programmato" per saperci immedesimare negli altri: per comunicare e convivere meglio. Tanto che per far la guerra dobbiamo mentire a noi stessi...
Sappiamo subito, ancora prima di ragionare e di trovare motivazioni morali o, al contrario, alibi raffinati, che se una persona sta male va soccorsa. Che se un nostro simile soffre è giusto aiutarlo. Merito in entrambi i casi dell' empatia: la capacità di comprendere, quasi di rivivere le emozioni dei nostri simili, come gioia, stupore, rabbia, paura, sofferenza, ha infatti profonde basi biologiche. È programmata nel cervello di tutti noi come una condizione di natura universale. Il "bene" , inteso come attenzione e rispetto per gli altri, è dunque nel nostro patrimonio genetico.
Sappiamo subito, ancora prima di ragionare e di trovare motivazioni morali o, al contrario, alibi raffinati, che se una persona sta male va soccorsa. Che se un nostro simile soffre è giusto aiutarlo. Merito in entrambi i casi dell' empatia: la capacità di comprendere, quasi di rivivere le emozioni dei nostri simili, come gioia, stupore, rabbia, paura, sofferenza, ha infatti profonde basi biologiche. È programmata nel cervello di tutti noi come una condizione di natura universale. Il "bene" , inteso come attenzione e rispetto per gli altri, è dunque nel nostro patrimonio genetico.
Virtù originale.
Grazie all'empatia riusciamo a provare le emozioni di un'altra persona. A volte per sentirci solo turbati, restando fermi, perché non si può o non si vuole intervenire. Altre volte per darci da fare concretamente. Le regole sociali vengono dopo. E in alcuni casi, paradossalmente, funzionano come interruttori per spegnere l'empatia più che per accenderla, visto che è innata in tutti gli esseri umani. «La competizione senza esclusione di colpi, i pregiudizi verso i diversi, la demonizzazione dei nemici in guerra sono tre di questi interruttori ideologici» spiega Milena Santerini, ordinario di Pedagogia alla Cattolica di Milano. «Con le scoperte sull' empatia si è superata l'idea di una separazione netta fra ragione ed emozioni. La nostra mente lavora in modo integrato con i sentimenti, indispensabili per prendere le decisioni giuste. Pensiamo in base a questa integrazione, viviamo in una rete emotiva con gli altri» .
Noi umani siamo dunque in grado di sentire sensazioni ed emozioni altrui attraverso un meccanismo specifico capace di ritrovare e attivare una sorta di stampo emotivo (un sentimento) nella nostra corteccia cerebrale. Alberto Oliverio, neurobiologo dell'Università la Sapienza di Roma aggiunge «L'empatia ha origine quando il bambino inizia a riconoscere i sentimenti dalle espressioni della madre, collegandole a una mappa motoria. E l'attaccamento fra partner rinforza l' empatia». La rete emozionale è contagiosa. Chi sente una storia triste tende ad assumere gli stessi atteggiamenti del narratore, come spalle basse, testa leggermente inclinata e occhi socchiusi. Tristezza o allegria si diffondono rapidamente in un gruppo. L'evoluzione ha incrementato la capacità di entrare in sintonia con gli altri.
Attivi e passivi.
Ma da spettatori passivi, come al cinema o a teatro, o da partecipanti attivi? Questo dipende dalla distanza dalla "scena”» «Si è visto» nota Oliverio «che in esperimenti in cui un attore per strada fingeva di stare male, chi passava a una certa distanza tirava dritto, ma se uno veniva coinvolto si fermava, entrava nella "scena" e si impegnava a fondo nel soccorso». Una delle ragioni per cui si assiste a un' overdose di cattive notizie, ogni giorno in televisione, senza troppo scomporsi è che lo schermo mantiene comunque una lontananza dall'evento. «Ci si immedesima di più con le storie di singole persone» spiega Santerini.
Trucchi di guerra.
Esiste però una condizione psicopatologica in cui l'empatia non si "accende": la alessitimia. Inoltre l'empatia può essere inibita con l'autorità e il condizionamento sociale. Un esperimento degli anni Sessanta diretto da Stanley Milgram chiarì che se a ordinare di provocare sofferenza con scariche elettriche sono dei capi, i sottoposti eseguono, sentendosi deresponsabilizzati. Si vide anche che, se i capi si assentavano momentaneamente, venivano date scariche di intensità inferiore. Infliggere dolore non è facile per la stragrande maggioranza delle persone. Anche durante le guerre non lo è. Come nella Guerra di Piero di Fabrizio De André, se si guarda in faccia il nemico si esita a sparare. Ma un'operazione bellica diventa un "lavoro", con buona pace dell'empatia, quando un aviatore vede nella sua console un edificio esplodere sotto di lui, come in un videogame. E magari ritorna un' ora dopo per finire meglio il "lavoro" , uccidendo anche i soccorritori.
Grazie all'empatia riusciamo a provare le emozioni di un'altra persona. A volte per sentirci solo turbati, restando fermi, perché non si può o non si vuole intervenire. Altre volte per darci da fare concretamente. Le regole sociali vengono dopo. E in alcuni casi, paradossalmente, funzionano come interruttori per spegnere l'empatia più che per accenderla, visto che è innata in tutti gli esseri umani. «La competizione senza esclusione di colpi, i pregiudizi verso i diversi, la demonizzazione dei nemici in guerra sono tre di questi interruttori ideologici» spiega Milena Santerini, ordinario di Pedagogia alla Cattolica di Milano. «Con le scoperte sull' empatia si è superata l'idea di una separazione netta fra ragione ed emozioni. La nostra mente lavora in modo integrato con i sentimenti, indispensabili per prendere le decisioni giuste. Pensiamo in base a questa integrazione, viviamo in una rete emotiva con gli altri» .
Noi umani siamo dunque in grado di sentire sensazioni ed emozioni altrui attraverso un meccanismo specifico capace di ritrovare e attivare una sorta di stampo emotivo (un sentimento) nella nostra corteccia cerebrale. Alberto Oliverio, neurobiologo dell'Università la Sapienza di Roma aggiunge «L'empatia ha origine quando il bambino inizia a riconoscere i sentimenti dalle espressioni della madre, collegandole a una mappa motoria. E l'attaccamento fra partner rinforza l' empatia». La rete emozionale è contagiosa. Chi sente una storia triste tende ad assumere gli stessi atteggiamenti del narratore, come spalle basse, testa leggermente inclinata e occhi socchiusi. Tristezza o allegria si diffondono rapidamente in un gruppo. L'evoluzione ha incrementato la capacità di entrare in sintonia con gli altri.
Attivi e passivi.
Ma da spettatori passivi, come al cinema o a teatro, o da partecipanti attivi? Questo dipende dalla distanza dalla "scena”» «Si è visto» nota Oliverio «che in esperimenti in cui un attore per strada fingeva di stare male, chi passava a una certa distanza tirava dritto, ma se uno veniva coinvolto si fermava, entrava nella "scena" e si impegnava a fondo nel soccorso». Una delle ragioni per cui si assiste a un' overdose di cattive notizie, ogni giorno in televisione, senza troppo scomporsi è che lo schermo mantiene comunque una lontananza dall'evento. «Ci si immedesima di più con le storie di singole persone» spiega Santerini.
Trucchi di guerra.
Esiste però una condizione psicopatologica in cui l'empatia non si "accende": la alessitimia. Inoltre l'empatia può essere inibita con l'autorità e il condizionamento sociale. Un esperimento degli anni Sessanta diretto da Stanley Milgram chiarì che se a ordinare di provocare sofferenza con scariche elettriche sono dei capi, i sottoposti eseguono, sentendosi deresponsabilizzati. Si vide anche che, se i capi si assentavano momentaneamente, venivano date scariche di intensità inferiore. Infliggere dolore non è facile per la stragrande maggioranza delle persone. Anche durante le guerre non lo è. Come nella Guerra di Piero di Fabrizio De André, se si guarda in faccia il nemico si esita a sparare. Ma un'operazione bellica diventa un "lavoro", con buona pace dell'empatia, quando un aviatore vede nella sua console un edificio esplodere sotto di lui, come in un videogame. E magari ritorna un' ora dopo per finire meglio il "lavoro" , uccidendo anche i soccorritori.
Fonte: Focus
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