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storie e poesie
Poesie di Giovanni Giudici





IL BENESSERE

Quanti hanno avuto ciò che non avevano:
un lavoro, una casa – ma poi
che l’ebbero ottenuto vi si chiusero.
Ancora per poco sarò tra voi.



DAL CUORE DEL MIRACOLO

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.
Il rancore è di chi non ha speranza:
dunque è pietà di me che mi fa credere
essere altrove una vita più vera?
Già piegato, presumo di non cedere.




La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi
Fedelmente, senza tacere
Particolare alcuno, l'evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
Sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s'allacciano
Complicità di visceri, saettando occhiate
D'accordi. E gli astanti s'affacciano

Al limbo delle intermedie balaustre:
Applaudono, compiangono entrambi i sensi
Del sublime - l'infame, l'illustre.

Inoltre metti in versi che morire
E' possibile più che nascere
E in ogni caso l'essere è più del dire.





Questo caro sgomento

L'infanzia dalle lunghe calze nere
Logorate ai ginocchi sugli spigoli
Dei banchi, l'infanzia delle preghiere
Assonnate ogni sera, delle nere

Albe dei morti, della litania
Di zoccoli cristiani sul selciato,
L'infanzia che m'ha dato
Questo caro sgomento mio d'esistere...





Una

Una che si svestiva con molta docilità
deponendo in bell’ordine gli indumenti
uno sull’altro senza alcuna impudicizia
e tuttavia senza il minimo dramma di pudore

Ma appena commentando con ironia e con tenerezza
primo perché sapeva essere quello il rituale
e poi perché la pazienza è nelle donne virtù
che più di noi le frena sulla china della morte

Una che conosceva tutte le lingue del silenzio
e per questo soffriva gli errori delle parole
anche se la parola non è essenza
ma paura d’assenza nell’uomo che le parla

Una che amava il sole e l’oro
e per questo portava tutto il grigio dei doveri
come chi per mancanza di denaro abbia lasciata
sul banco la bella cosa a lungo soppesata.









Alcuni

Alcuni inseguono tutta la vita
uno scopo – il disegno di un meccanismo
un seme particolare di grano un incrocio di canarini
l’attuazione di un piano la costruzione di una casa.

Alcuni in abitazioni private o in asili
psichiatrici ritentano solitari di carte
o calcoli di moto perpetuo o altre
più improbabili imprese come rivoluzioni.

Essi sono uomini o donne derisi
o tutt’al più gentilmente commiserati
sia perché l’ambizione che li muove si giudica eccessiva
sia perché appare futile l’obiettivo.

Ma io voglio dire che al confronto
non c’è impresa spaziale né invenzione
pari all’attento studio di costoro che sacrificano
alla cosa impossibile ogni raggiungibile piacere.

Essi hanno parenti amici e figli madri e padri
mogli e mariti hanno maestri e direttori di coscienza
che accampano più esperienza
e che li esortano alla quotidiana concretezza.

Essi come ognuno di noi hanno persone e cose
di cui la presenza stessa ha forza più delle parole
e gli argomenti risultano inoppugnabili
quando gli dicono – pensa a quel che fai.

Non c’è dubbio – i persuasori sono nel giusto
perché è senza conforto lo stato di questi ostinati
e agitato è il loro sonno scarsa la salute del corpo
e non hanno alleata la minima probabilità.

Non è il loro coraggio coraggio di giocatore
o rischio calcolato di trafficante
e nemmeno intuito di stratega o di capo politico
o di chirurgo all’unica estrema occasione.

Essi non hanno con sé la tradizione di una fede
anzi tradiscono a volte
sovvertono la morale fomentano il disordine
in se stessi perduti prima di ogni salvezza.

E non possono indicarti il nome di qualcuno
perché non ha fama chi è nella vera ignominia
né superbia di martirio né la gloria di un emblema
ma grazie ad essi ha un senso la specie uomo.

Pensando di loro ti scrivo queste parole
oggi che dirci insieme è dire nessuna speranza
sbarrati da ogni saggezza sbarrati dalla storia
ormai più di passato che di futuro nutribili.

E chiamandoti a un futuro di penuria
io chiedo la tua insania perché la mia abbia forza
perché si possa dire che è una cosa reale
quella che due distinte persone vedono identica.

E tutto questo è ancora poco al confronto
del nulla di chi insegue un solitario ideale.
Essere umani può anche significare rassegnarsi.
Ma essere più umani è persistere a darsi.



20

Dissi chi ero e vi prego prendetemi
Benché riluttassero quelli
Al mio affranto decoro
E io non risultando nella lista –
Fu il capo a venirmi incontro
Ochèi se è lei che lo vuole
Ai suoi ordinando accendiamo
La pratica:
Dal mio triste nascondermi al nascosto non potevo
Andare oltre o tornare indietro –
Volevo un luogo dove svelarmi
Con voce calma rielencare i miei frantumi.





L’amore dei vecchi

In una gloria di sole occidentale
Vaneggi, mente stanca:
Inseguito prodigio non s’adempie
Nell’aldiquà del fiore che s’imbianca

Ma tu, distanza, torna a ricolmarti
Tu a farti terra in questa ferma fuga
Mare di nuda promessa
Ai nostri balbettanti passi tardi

E tu, voce, rimani
Persuàdici – un poco, un poco ancora
Nostro non più domani,
Usignolo dell’aurora





QUANDO PIEGA AL TERMINE

Quando piega al termine l’età,
la nostra età, l’età del mondo, quando
aspettare il nulla che accadrà
è chiaramente un inganno – si mette al bando

volontario colui che il sorriso rifiuta
e non sopporta di essere vile
più, non chiede più complici e muta
persona diventa, facile preda ostile.





MI CHIEDI COSA VUOL DIRE

Mi chiedi cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone

che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.

Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.

Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.

È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.






DAL SUO PUNTO DI VISTA

L’opuscolo di propaganda che ti dice?
Illustra la sorte nefanda (cioè
da non dirsi) del popolo infelice
– t’introduce al benessere dal suo
contrario, e fuor di questo
benessere non c’è
(“siatene certi”) bene prevedibile.

“Una merenda al cittadino onesto,
amore senza rischi, una crociera
alle Canarie o al Baltico, una casa
coperta da ipoteca redimibile.

S’allargano i confini dello scibile
se muta il presupposto
– c’è Luna,
di gennaio o d’agosto,
che aspetta una fortuna: i volontari
(è tutto già disposto)
dei voli interstellari.
Altro non c’è,
fuori che questo, vero disponibile.

Per quattro impiccagioni
rovinarsi la cena è una follia:
mondo che vai e tecniche diverse,
il risultato è uguale…
Ma piuttosto
considera il mercato potenziale
ancora chiuso ai traffici
– una volta sul posto:
daremo frigoriferi
in cambio di caviale.

L’anima, il bene e il male, vecchie storie…
È tutto garantito
ciò che potremo dare
a prezzo ragionevole
in cambio d’una tregua militare:

i biliardini elettrici
ai malati di nervi,
concerti nelle fabbriche e una dieta
quasi conforme per padroni e servi.

Daremo anche il poeta
che colga a prima vista
un neroblù di rondine nel cielo
– per la squallida coppia socialista,
domenica sulle rive del mar Nero”.





I SEGNI DELLA FINE

I segni della fine posso imitarli,
raggrinzire sul dorso della mia mano
la cute in corte serre – farle durare
gli attimi di pensare che saranno
millenni per quelle decrepite cellule.

Ancora senza danno posso cogliere a volo
l’idiozia estro che un ghirigoro
in una piega del cervello lampeggia
e mi blocca
una chiusa di capillare irrorante.

Coltivo emiplegia, storta bocca,
disconnetto parole e utensili, chiedo
un coltello (per esempio) da bere.
O in un riflesso di vetrina mi so vedere
e subito

farmi ginocchia che male mi sorreggono,
discreto farneticare: l’ammazzo, mi ammazzo,
e uno che mi segua cauto, chiami guardi – ma no,
per dirgli subito poi, è lei che vaneggia.
E io irreprensibile, rispettabile – o

a une dieci di sera
da un artificio precipitare in realtà,
diventare, cullarmi americano ubriaco
e naturali rutti politica fluire,
mio cinema. E in amore

cedere a ogni previsto senile errore
o giovanile che è
uguale sia pure speculare – piatire,
non saper non tremare, amare una
nel contemplare il luogo dove passò.

E i poveri esercizi del corpo
e l’acqua dove nuoto che ha luce d’obitorio
e io che ci scherzo là in fondo guardandomi
morto – per mia mania
di pareggiare biografia e biologia.

I segni della fine posso imitarli e allontanarli.
Io so che sono loro che imitano me.
Come la vita non si può modificare,
ma al prezzo di esserne ingannati
tuttavia ingannare.






UNA SERA COME TANTE

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.





LA BOVARY C’EST MOI (I, III, VI)

I

Deve essere stato l’abbaglio di un momento
un tac di calamita da una parola mia o sua.
E io che ci ricasco benché lo so come sono.
Ma ti amo – mi ha ripetuto e come faccio
a non riamarlo io che non chiedo altro.
Poi tutti a bocca aperta che uno come lui
con una come me che nemmeno col pensiero avrei osato.
Continuo a domandarmi come è possibile che.
Chissà cos’ha in mente chissà in me cosa vede.
Chissà cosa ama se pure ama.

Potrei supporre di non sapere come sono
e che anche lui si domandi come è possibile che.
Ma temo sia più vero quello che so di sapere
e lui se non oggi domani riaprirà gli occhi.
Forse ci sta già pensando a come cavarsene fuori
più avanti dei miei timori.
Non devo illudermi perché dopo sarà peggio.
Meglio dirglielo subito che se ha un sospetto è vero.
Che faccia conto sia stato come uno sbaglio al telefono.
Insomma niente – e che se vuole può andarsene.

III

Una diavoleria ci vorrebbe – mentre ripeto
quasi che tu mi senta «le mie notizie
sono che adesso ho guardato la mia ombra»:
ma come puoi sapere che non mentisco?
Ti assicuro la guardo tutta nera sul rosso
a questo bel sole del gres del terrazzo – se almeno
potessi toccarti con l’ombra e questi minimi atti,
pèsca sotto i miei denti, muro contro i miei occhi,
sotto i ginocchi pavimento, un taglio
sulla mano, negli orecchi la mia voce…

Una diavoleria ci vorrebbe – per spiragli
di porte di finestre di tubi sottoterra
sul fruscìo tra gomme e asfalto o dov’è neve
questa luce ti arrivasse questa ombra:
perciò l’ora che il sole mi stampi esatta
dovrò scegliere e una pietra meno fredda
per i tuoi miei ginocchi e un graffietto da niente
se anche sulla tua pelle si farà e cantasse
questo sapore sulla tua bocca – m’ama non m’ama,
sentimentale peggio d’una puttana.

VI

La cosa che affastello per molte notti
nel sonno che s’interrompo frequentemente
e più nel dormiveglia dell’alba fastidiosa
che domani è già oggi e porta una nuova cosa.
Eppure la certezza è che tu non sei presente
nell’attimo a noi ben noto – il NO
di altra cosa che altro non può aggiungersi:
la verità del dubbio che tu sia niente
pensiero della mia mente
ma veri i giorni gli anni che per sempre non ti avrò.

Inerme contro il niente m’interrogo se tu sei
giuoco burla o passione irrevertibile
o un disegno sottile che mi sfianca o il vuoto
di tenerezza reciproco che è da riempirsi:
aspetto tue parole ma è luce di astro già spento.
Vorrei poterti abolire abolendo me stessa
come abolendo te stesso tu mi potresti abolire
per fare a tutti dire – di cosa mai parla
questa pazza senza pudore
senza il coraggio di morire per amore.






DESCRIZIONE DELLA MIA MORTE

Poiché era ormai una questione di ore
Ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,
Era arrivato l’avviso di presentarmi
Al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.
L’avvenimento era importante ma non grave.
Così che fu mia moglie a dirmi lei stessa: prepàrati.

Ero il bambino che si accompagna dal dentista
E che si esorta: sii uomo, non è niente.
Perciò conforme al modello mi apparecchiai virilmente,
Con un vestito decente, lo sguardo atteggiato a sereno,
Appena un po’ deglutendo nel domandare: c’è altro?
Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto.

Andammo a piedi sul posto che non era
Quello che normalmente penso che dovrà essere,
Ma nel paese vicino al mio paese
Su due terrazze di costa guardanti a ponente.
C’era un bel sole non caldo, poca gente,
L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.

Ci fece accomodare, sorrise un po’ burocratica,
Disse: prego di là – dove la cassa era pronta,
Deposta a terra su un fianco, di sontuosissimo legno,
E nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.
Pensai per un legno così chi mai l’avrebbe pagato,
Forse in segno di stima la mia Città o lo Stato.

Di quel legno rossiccio era anche l’apparecchio
Da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.
Sarà meno d’un attimo – mi assicurò la signora.
Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.
Era una specie di garrota o altro patibolo.
Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.

Sapevo che ero obbligato a non avere paura.
E allora dopo il prezzo trovai la scusa dei capelli
Domandando se mi avrebbero rasato
Come uno che vidi operato inutilmente.
La donna scosse la testa: non sarà niente,
Non è un problema, non faccia il bambino.

Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,
Paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.
Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,
Che importa anche se era questione solo di ore.
C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte.
Morire la mia vita non era naturale.




GLI ABITI E I CORPI

Ormai sfibrate le asole e sapienti
Rammendi qua e là – ma gli abiti
Sembravano come nuovi. Egli
Accurato ogni sera li deponeva
Sopra una sedia – quali
Che fossero l’umore o la stabilità
L’uxorio brontolamento che lo affliggeva.
E deponeva con essi il tic-tac
Che gli scandiva giorni e notti, l’oriolo
Da tasca con una croce
Elvetica in campo rosso – emblema
Di esattezza agganciato a una teca di cristallo
Con dentro una trapunta di velluto
In attesa di reliquie microscopiche.
Gli abiti duravano anni:
Il nero, il grigetto, un altro a spina di pesce.
E ognuno col suo panciotto sul quale durante il giorno
La catenella che pareva di diamanti
Tra un’asola e l’oriolo nel taschino si stendeva.
Lui certe sere era greve di vino.
Si spogliava nel sonno, puntava al mattino.
Ma si destava fresco come certe volte io
Adesso forse più vecchio di quella sua età,
Che lo sbirciavo ritrovare le sue spoglie:
La giacca dignitosa, i pantaloni
Dall’impeccabile piega. E perché
Non dire del fregio rosa sulle mutande?
Perché tacere il colletto inamidato?
Tutto così ringiocondiva a ogni
Risveglio – sbarbato e tranquillo
E di un colore chiaro se distese dal riposo
Sbiadivano sulle guance le venuzze capillari.
Quale decoro l’abito
Rinnovato ogni giorno, restaurato
Dal persistere della giovinezza!
Dico il nero, il grigetto, un altro a spina di pesce
E un quarto credo ereditato da un parente
Defunto: duravano anni.
Io li spiavo mattina dopo mattina
E lui spiavo impassibile a tutto:
Al passare del tempo,
Al male dei creditori.

C’è un calare di forze, un calare di brache.
Le note dei taccuini si pasticciano, né
Più giova registrare i nomi delle amanti
O gli incontri, i doni. Chi se ne frega,
Uno si dice, dell’ordine. E lì
Lui non ebbe più forza da dare ai suoi vestiti:
Di colpo furono vecchi.
Primo fu il nero umiliato dal lustro.
Poi sparì il grigio, poi quello a spina di pesce. Di-
Menticamioli. Altri ne furono addotti
In vece – da sartucoli azzeccagarbugli
Asserenti per mezzo delle vesti
Di portargli vigore.
Tra gli OH
Dei familiari che COME TI STA
BENE COME TI FA
GIOVANE mentivano e lui
Lasciava fare ma lo sapeva benissimo
Che anche i più ricchi panni perdono il loro pregio
Quando è mutato il corpo che li indossa.
Non ha più gloria da dargli.
In tre giorni si sfa il bel vestito.
Lui lo trascina nel suo precipitare.
Strappi e frittelle e bottoni penzolanti
Presto divelti da pestiferi infanti.
Muoia con me ogni orpello – sembra dire.
L’oriolo diventa aritmico.
Anche la Svizzera dà ore da impazzire.
Ah il triste riprovare – ché lui stava
Ancora in piedi tenuto su
Dall’appretto del nuovo ma per poco.
Nel cupio dissolvi di tutto poi ripiombava.
Ma ancora vivo da spaccare
Il guscio che l’imbracava
Quando gridava BASTA CON QUESTE FREGNACCE.

Perché come se fossero
Vivi vestiamo i morti?
Quanto più casta e giusta
È la nudità dei corpi che li avvicina
Al loro finalmente disincarnarsi!
Ma noi li mascheriamo così copriamo le ossa
Troncate perché fingano la supinità della catarsi
La liberazione dell’uomo
Bisognava vederlo. Cos’era
Una giornata di lavoro per lui?
Niente – avreste detto allo spettacolo
Di quando tornava a casa, contento
Come una pasqua, fresco come un fringuello,
Un grillo che saltava
Di stanza in stanza «dove sei» squittendo
«O mia adorata».
E ilare al ritrovarla «cucù»
Lanciava il suo gridolino
E poi subito all’opera «buona tu adesso»
Esordiva rivolto alla pigra befana
Tutto il giorno a fumacchiare sdraiata
A far parole crociate o solitari di carte.
Aveva l’arte di non vederla un orrore
Ma anzi le sette beltà, la grazia.
Per prima la cucina – oh il lustro
Che gli dava quell’uomo a quelle piastrelle
Alle pentole ai piatti alle maniglie,
Faceva tutto come nuovo ogni sera.
E altrettanto la sala lo stanzino
Il casto nido coniugale dove
A lei diceva con dolcezza «passa
Cara in poltrona intanto che faccio il letto».
Poi d’un balzo ai fornelli – e in un battibaleno
Che intingoli a quella golosa apprestava:
Salse bearnesi, vol-au-vent, supreme
Squisitezze di caccia e pesca, brodini
Di tartaruga, pasticci di funghi
A ogni stagione, ananassi.
Miracoli di economia – sempre meno
Spendendo del gramo peculio.
Mai che si chiedesse lei «come fa»,
Tutto accettava per dovuto battendo
Talvolta imperiosa la posata
Per una crème-brûlé troppo calda o un raviolo
Dalla minima crepa. Ed egli pazientissimo
Si scusava «hai ragione, che sciocco».
Poi l’assisteva in toilette
E la metteva a nanna sprimacciando il cuscino.
Davvero «che stronzo» avreste detto
E tanto più sapendo quanto sgobbava in ditta
Sotto il sopruso dei capi
E dei compagni la perenne irrisione:
Così per molti anni
Finché la beneamata morì per occlusione.
Ma nessuno ha saputo mai più
Di che libertà fosse il prezzo la sua servitù.
Senza titolo
Perché con occhi chiusi?
Perché con bocca che non parla?
Voglio guardarti, voglio nominarti.
Voglio fissarti e toccarti:
Mio sentirmi che ti parlo,
Mio vedermi che ti vedo.
Dirti – sei questa cosa hai questo nome.
Al canto che tace non credo.
Così in me ti distruggo.
Non sarò, tu sarai:
Ti inseguo e ti sfuggo,
Bella vita che te ne vai.
Nome
Era oro il nome e suono
Nella forma di campana
Non più ora mattutina
Ma ancora antimeridiana
Era verde negli ulivi
Era blu della marina
Nudo piede delicato
Su rugiade di declivi
Era oro il nome e vetro
Di bicchiere musicale
Fermo incedere nuziale
Nel decoro delle sfere
Netta nota e lontana
Lucenza al cervello tetro
Fiato a fiato che rideva
Nell’abbraccio della tana
Era oro il nome e mare
Era il chiaro della stanza
Era il niente del sublime
E un patire di speranza
Era il sole della neve
Era il bianco della fine
E poi il gelo crudo e lieve
Sull’estremo della danza
La sua scrittura
Voglio mostrarti un giorno com’era
La sua scrittura. Si appartava di là
Il foglio su un qualcosa
Di liscio con la mano sinistra sul bordo
Superiore a tenerlo ben fermo.
E intingi giù l’asticciòla
Col pennino nuovissimo a vergare
Missive… Egregio, esordendo, commendatore
Avvocato chiarissimo esimio
Ingegnere ammiraglio comandante
Eccellentissimo monsignor vescovo Graziosa
Regina… O intestando
In compìti caratteri sulla busta
N. H. un tànghero di bottegaio.
Quando osterie e compagni stornava
Nel chino silenzio a cui segrete
Drittissime le righe scorrevano
Del bel corsivo senza pentimenti
E gli stilemi – un ove a preferenza
Del dove in accezione
Temporale scarsamente impiegabile.
Stendeva suppliche, chiedeva dilazioni,
Esponeva le circostanze imprevedute per cui,
Deprecava l’infausta sorte
Che a questo punto rendeva la morte
Unica cosa desiderabile per lui.
Purché gli concedessero il minimo di respiro
Creditori e benefattori.
Spesso di quelle lettere protagonista
Con gli occhi io lo aiutavo nella penombra della stanza
Dove a un raggiro di parole
Egli affidava la nostra speranza:
Di salute così delicata
Questo mio povero bambino
Impressionabile come un artista.
Li abbindolava li teneva a bada sagace
Politico a parare
I colpi in ritirata necessaria,
A rattoppare l’impostura con una nuova
Ovvero giocoliere del circo
Un turbinìo di palle a palleggiarsi
Tra le annaspanti abili mani nell’aria.
Quale fatica – sembrava dirmi
Da quel tavolino adesso penso a tre gambe
A evocare virtù tropi similitudini
Esempi da pio debitore,
Alla fine del mese senz’altro pagherò,
Ma poi riposto il calamaio riuscire
Col suo sereno sorriso nel sole.
Doctor Subtilis… Anche lui scriveva il nulla.
Anche lui rinviava tutta la vita a domani.
Con quella prestidigitazione di segni
Anche lui remigava nel lieve vuoto impeccabile.
Fin quando le sue righe cominciarono a incurvarsi
Verso il finire i margini a farsi incerti
La forbita sintassi a guastarsi.
Fino al delirio d’inchiostri e indirizzi sbagliati.
Fino al via-vai sulla porta
Di strozzini per reverendi
Di ciabattini per prìncipi apostrofati.
Ma chi s’è visto s’è visto
Risponde la mente morta.
Così i debiti saranno pagati.
[Ahimè – dicono – si piega]
Ahimè – dicono – si piega.
Ahi si svuota e si inarca.
Alfa include già omega
Navigato in chiusa barca.
Mentre nell’estranea forma
Ti intuisco e custodisco,
Mutazione, chiesa e norma,
Buio in cui mi definisco.
O diversa sapienza.
Presente che bruci il prima.
Sapienza d’inesperienza.
Mia fabbrica e mia ruìna.






GLI STRACCI E LA SANTITA’

Credo che fosse la sola scappatoia – travestirsi.
Perché, nessun dubbio, non ero dei loro.
Identificabile a vista, basta
Che passassi per via – eccolo
Dicevano subito.
Esposto stefano protocristiano
E lì i sassi a portata di mano.
Non mancavano stracci di cui camuffarmi
Non propriamente di stoffa – smorfie occhi bassi
Parole prese a prestito da libri e labbra
E gattamorta e rumori scurrili e tutto
Il turpiloquio dei modi d’esistere.
Timorato bambino che ognora paventavo
Carabinieri ammanettanti il mio caro.
Gli stracci mi andavano larghi però
E quasi sempre la mia fatica sprecata:
Vieppiù i lanzi infierivano
Alla maldestra mascherata.
Io – braccato tarcisio in corsa ai suoi misteri.
A chi vorresti darla a bere piccioncino?
Ma chi vorresti prendere per il sedere?
Due o tre me li ricordo bene, mi facevano la posta
Sulla punta biforcante due strade
Una piana e diritta e l’altra un viale
Planante giù con platani e una grande ansa.
Due o tre, pensati in faccia – e poi chissà come
Angariati offesi a loro volta
Nel volgere di future storie. Parce
Nobis Domine, tanto più che io stesso
Proprio di lì ho appreso il sopravvivere:
A lapidare Stefano, a acchiappare per la tunica Tarcisio.
Cresciuto negli stracci che mi vennero a pennello
E non parvero più travestimento.
Confortato dalla loro malizia
In più di un’occasione ne fui gaglioffo e contento.
E a questo punto spogliarmene? Chi mai
Penserà a molestare un ometto così grigio
Nell’ordine mentito come di queste strofe?
Rischiarla adesso la santità?
Mio tribunale che mi frughi incerto
Fra essere e diventare – ho un bel dirti
Che non è quel che sembro.





da Saluz 

I.1

Minne Midons
E ogni altra cura lasciata
Esploro volumi
Alcuno che racconti:
È successo anche a me -
Dove la mente prigioniera stagni
Vostra o di chi non so
O che voi non sapete
Verso quali pensieri a quali mète
Mai mi svagassi anch’io
Su quella ferma strada
Dove c’incontra (narrano) lo sguardo
Che tutto e insieme vede
Chiamato Dio






FRATE TOMMASO

I

Camapanella, Campanella
Tu non farai bon fine!
Vagliava le carte degli astri
Colui che tristemente vi ammaestrava
Voi prevetello ancora
Voi figlio di scarparo
Nato in bassa fortuna
Specchiata immenso nera l’altra faccia
D’una funesta luna:
Ci apparecchia disastri
Oh non dirò la scienza
Bensì la nostra – mia e vostra Frate Tommaso
Dura innocenza

II

Lasciàtimi stare!
Lasciàtimi!
Dieci cavalli bianchi
Per l’anima immortale!
Bello se a far gran bene
Si troverà il mentire
Benchè quelli infierendo
A torchiarvi – e voi là
Inchiodato al giaciglio dei tormenti.
Ma un ridere, un ridere, sì mi ricordo
Dieci cavalli bianchi rispondendo:
O voi distorte braccia e ligamenti
Straziati òmeri e cosce
Legni taglienti

III

Tu miserere tu larghissimo fonte
Di tutte le luci venga la luce tua:
Sette settanta settecento mostri
Di lì tutto partiva:
Juvenis cum barba nigra
Statura alta faccia pallida denti radi
Verruca sulla guancia destra
Bastano tali segni?
O anche vorrete i sette fuochi dell’Orsa
Protuberanti potenze della gran testa?
Di pari bellezza rifulgono
Il rospo come l’arcangelo agli occhi di Dio:
Tu illustra, o Primo Senno, il senno mio

IV

Oscene segrete al cui fondo
Giaceste, giacemmo -
Dove amammo chi al carcere ci serba
E il senso doloroso a farci vivi
Quando la vista è lume di lucerna…
Ma non avreste voi paura dei topi
E il puzzo e il gocciare dei muri
E ai labbri vostri carezze di pipistrello?
Dunque però tanto disìo di sole
Tanto disìo di caldo

V

Dono di verde pomo
Morso dai denti di lei
Umido al dolce umore
Che un bacio illanguidisce:
Amore viene e va spartisce i muri
Ristora il fiore al quasi suo morire -
Come le vostre piaghe
Acqua che in esse scorse dal giardino
Dove entravamo docili e sicuri
A un giro della sola nostra chiave

VI

Finalmente bambino
Insieme a voi giocare sul prato di Parigi!
Oh sì, metafisico – sì
Politico, litterato di cento libri
Oh sì, un po’ ingrassato
Sì, un po’ buffo nel correre -
Ma che bellezza quel bianco e nero dell’abito
Sulla verde erba
E il lanciar su il berretto nell’azzurro
E riacchiapparlo al volo voi Cane del Signore!
Perchè fallisce il desiderio degli empi





SOTTO IL VÒLTO

I sogni e i versi, detài da altre
Più sui che i altri – vol deventar.
Giacomo Noventa

I

Ci abituiamo presto ai nuovi muri
Ognuna dalla sua tana pensile
Scendono alle mani le cose vengono a noi
Io stesso gli occhi semichiusi al mattino
Da lunga insonnia solerte agli atti del rito
Moka al fornello metto a frutto l’intervallo
Teso all’imminente gorgogliare
Un uomo vecchio non è che una misera cosa
Albero spoglio del suo vanto – uscire
Al quotidiano ufficio rincasare
Reduce di pensosi negozi:
Dunque non troppe domande povero caro
Lasciatelo cogitare – lui solo
Sa ciò che è giusto
Remoto ieri, però eccomi oggi
Yesman completo – «sì, subito!» come una serva
Negli anni Trenta in casa di minimi impiegati
Povera più di tutti
I poveri innocua bestiola – macché poeta e poeta!
Risciacquo i piatti, ti aiuto a piegare un lenzuolo
La colpa è mia se non combacia agli orli

II

Avessi la sapienza
Non dico di Salomone ma almeno
Direi la calma perizia
Dei due che Sotto il Vòlto
Angelo per la paga, Lorenzo per passione
Apprestano un portone
Per questo ingresso vano al buio e al nulla
Murando uno lo stipite fissando i cardini e l’altro
Chiodando una lamiera al frusto legno
Riesumato da una sua campagna
Entrambi con fierezza dell’opera
Mossi da vivi gesti assunti in loro
Dal profondo di secoli vivranno
Per nuove mani d’opere venture

III

Misero è l’uomo che ha bisogno di soccorso
Misero chi si accorge
Quanto non vale ricchezza
Di immagini maestà di pensieri
Versata in libri di storia:
Avessi io gli atti infiniti
Del tuo lavoro a castigare la mia boria
«Io non sto bene ancora, non starò
Mai più bene» – è tardi per entrare
Dentro ogni gesto tuo di quarant’anni
Dove fu amore vero il trafficare
Ad accudirmi a farmi cena e pranzo
Tenuti a bada i figli per lasciarmi recitare
A me stesso una vita di romanzo
Io che pietà e conforto
Invoco adesso – io
Trascorso accanto a te come da morto
Vecchia moglie spremuta
Che interrogavi la tua angoscia muta:
Perché fossero mie
Tutte le tue poesie

Giovanni Giudici











Il poeta Giovanni Giudici nacque il 26 giugno del 1924 a La Spezia dove è morto il 24 maggio del 2011.
Giudici studiò a Roma, dove la sua famiglia si era trasferita nel 1933. Nel 1941, su sollecitazione del padre, si iscrisse alla Facoltà di Medicina, ma dopo un anno decise di passare a Lettere. In quel periodo ebbe i primi contatti con militanti antifascisti. Tra i suoi docenti all’università, Natalino Sapegno, per letteratura italiana, e, per lingua e letteratura francese, Pietro Paolo Trompeo, con il quale si laureò nel 1945. Si nascose per non andare militare e dopo l’8 settembre partecipò all’attività clandestina del Partito d’Azione. Alla fine della guerra continuò a fare politica nelle file del Psiup. Sempre in quegli anni fece le prime esperienze letterarie, nel genere del racconto.
Alla sua attività letteraria e poetica si accompagnò quella di traduttore (tra gli altri autori Pound, Frost, Sylvia Plath e Puskin) e di critico letterario. Oltre a quella di giornalista, iniziata nel 1947 al quotidiano L’Umanità e proseguita all’Espresso e in numerosi giornali e riviste.
La sua prima raccolta di versi, Fiori d’improvviso, uscì nel 1953. Nel 1956 lasciò Roma per Ivrea, dove lavorò all’Olivetti, formalmente come addetto alla biblioteca, ma in realtà, secondo le intenzioni di Adriano Olivetti, dedicandosi alla conduzione del settimanale “Comunità di fabbrica”. Da Ivrea si spostò prima a Torino, dove divenne amico di Nello Ajello, Giovanni Arpino e Beppe Fenoglio, quindi, nel 1958, a Milano, dove lavorò presso la Direzione Pubblicità e Stampa dell’Olivetti retta da Riccardo Musatti. Qui suo compagno di stanza fu Franco Fortini, con il quale instaurò un sodalizio forte e duraturo.
Nel 1965 uscì da Mondadori La vita in versi, una raccolta che riepilogava una lunga stagione del suo lavoro poetico e che lo impose definitivamente all’attenzione di lettori e critici. Nel 1969, sempre edita da Mondadori, uscì Autobiologia (Premio Viareggio), cui seguirono le raccolte O Beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984).
Nel 1987 vinse il Premio Librex Guggenheim-Eugenio Montale per la poesia con il volume Salutz, un intenso e singolare poema d’amore, pubblicato da Einaudi l’anno precedente. Lo stesso anno ottenne dal Fondo Letterario dell’Unione Sovietica il Premio Puskin per la versione dell’Onieghin pubblicata nel 1983 da Garzanti. Nel dicembre del 1992 conquistò il Premio Bagutta.
Nel 1993, da Garzanti, apparve la raccolta Quanto spera di campare Giovanni, cui fecero seguito con lo stesso editore Empie stelle (1996) ed Eresia della sera (1999). Nel 2000 l’intera opera poetica di Giudici è stata raccolta nel “Meridiano” Mondadori. Nel 1997 fu insignito del Premio Antonio Feltrinelli dall’Accademia Nazionale dei Lincei.

Letto volte.

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