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Magicamente
storie e poesie

Il lustrascarpe

…Su una panchina della piazza c’era un bambino, un ragazzino curvo come un vecchio. Non doveva avere più di dieci anni e piangeva disperato.
«Che ti è successo, signorino?» domandò il Selvaggio.
Tirando su col naso ci raccontò che gli avevano rubato la cassetta degli attrezzi con tutti i guadagni della giornata e non aveva il coraggio di tornare a casa.
Il Selvaggio disse che dovevamo fare qualcosa e chiamò un altro lustrascarpe.
«Amico, prendo a noleggio la tua cassetta per un’ora, con tutto quel che c’è dentro.»
Il lustrascarpe, esagerando il suo successo professionale, spiegò che in un’ora serviva un quindicina di clienti e che ci lasciava gli attrezzi solo per la cifra corrispondente. Pagammo e il Selvaggio consegnò la cassetta al ragazzino.
«Forza, signorino, facci brillare» ordinò.
«Un momento, io ho i sandali» protestò il poeta Melo.
«Cazzi tuoi, Melosky» ribatté il Selvaggio.
Il ragazzino si asciugò il naso con una manica del maglione, le lacrime col dorso della mano, e con una spazzola diede due colpetti sulla cassetta come a dire che era pronto a servire il primo cliente. Spazzola, tinta, energici colpi di straccio, lucido, ancora spazzola e infine altri colpi di straccio
per far splendere il cuoio e farlo cantare come un canarino. Il Selvaggio con due stivali tirati a specchio lasciò il posto a Melo, ma nonostante la grande attenzione del ragazzino il poeta finì con sandali e piedi impeccabilmente marroni.
Poi fu il turno dei miei mocassini e alla fine pagammo.
«Come va adesso, signorino?» domandò il Selvaggio.
Il ragazzino guardò le monete e sul suo volto di non più di dieci anni si disegnò ancora una volta la smorfia della disperazione.


«Tranquillo, abbiamo tempo» lo consolò il Selvaggio e subito cominciammo a pestarci i piedi
finché le scarpe non furono irriconoscibili.
Il poeta Melo, con la scusa della fragilità dei suoi sandali, evitò i pestoni e preferì strappare una zolla di erba con cui s’infangò i calzari francescani.
Dopo il quarto giro di «lustra e sporca» si aggiunse altra gente, bohémien che uscivano dal Black and White, dal Marco Polo, dal Faisan d’Or, dal Chez Henri. Spiegammo a tutti il problema e, poiché Santiago in quegli anni era così, la clientela si moltiplicò per venti.
Quelle piccole mani sporche di vernice volavano spazzolando, tirando la tinta, il lucido, strusciando con gusto la flanella fino allo splendore finale, e il bambino sorrideva togliendosi i resti di tristezza con la manica. Passò l’ora convenuta e il padrone della cassetta, abbastanza seccato del successo professionale del collega, reclamò indietro i suoi attrezzi da lavoro.
«Allora, signorino? Abbiamo vinto la battaglia della produzione?» domandò il Selvaggio.
Il ragazzino contò i soldi, annuì e li mise via infilandoli in tutte le tasche.
«Grazie tante, signori» ci disse tendendoci la manina sporca di lucido.
«Si dice: grazie, compagni» lo corresse il Selvaggio.
Tornammo al Marco Polo per sapere di Roberto e lo trovammo gonfio di Fanta.
Si preparava a leggerci la sua ultima poesia sulle sventure dell’amore nel mondo gastronomico quando si interruppe indicando stupito le nostre scarpe splendenti e i piedi del poeta Melo di un brillante marrone.
«Che vi è successo?» disse tra effluvi di Fanta.
«Nulla. Ci siamo lucidati l’anima» rispose il Selvaggio….

da un racconto di
” La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l’oblio”
di Louis Sepùlveda

Letto volte.

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