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Magicamente
storie e poesie

Le parole e le ore

Gli orologi barocchi: antologia poetica del Seicento,
un'originale raccolta di poesie barocche sugli orologi
a cura di Vitaniello Bonito

Questa antologia poetica del Seicento raccoglie versi di Giuseppe Battista, Antonio Bruni, Gian Francesco Busenello, Giovanni Canale, Lorenzo Casaburi, Bartolomeo Dotti, Francesco Fulvio Frugoni, Tommaso Gaudiosi, Angelo Grillo, Cristoforo Ivanovich, Giovanni Giacomo Lavagna, Giovan Battista Leoni, Giacomo Lubrano, Giovan Battista Marino, Francesco Melosio, Antonio Muscettola, Pier Francesco Paoli, Ciro de Pers, Girolamo Preti, Francesco Maria Santinelli, Giovan Leone Sempronio, Tommaso Stigliani.





Vi propongo alcune poesie che ho trovato particolarmente significative per l’epoca.




Orologio da polvere
di Giovanni Canale


Scorrono più veloci, il tempo e gli anni
di quest'arena instabile e cadente,
che nel gemino sen vetro lucente
chiude, affrettando al tempo il volo e io vanni.

Fugge la vita involta in mille affanni,
la cui fuga brevissima e repente
a pena affissar può sguardo di mente,
e ha più di quest'arena e stenti e danni.

Vita infelice e che n'alletta e piace
di quest'arena, ella al cader ne dura
nella certezza del durar, fallace.

Alla sua brevità pongasi cura,
che con un fil di polvere fugace
il suo rapido corso or si misura.




Il tempo
di Francesco Fulvio Frugoni

Vola il tempo fugace
né si coglie mai più:
divora agli anni edace
lo spirto e la virtù.
Corre rapido,
passa rigido;
e la sua ruota incostante
lacera,
macera,
spolvera,
impolvera,
infranta e trita
l'umana vita.
col dente
rodente
d'ogni suo acuto e subitaneo istante.

Chi prometter intero
al suo respiro un di
si può da quel severo?
Che se l'alba gli apri
chiara e florida,
vaga e rorida,
con la sua chiave dorata,
lubrica,
tetrica,
debile,
flebile,
con man atroce
che string'e nuoce,
oscura
e tura
di nube fosca la sera impiombata.

L'uomo, di creta frale
carco, ben di cader
ad ogni urto letale
del tempo ha da temer;
che, se invadono,
quindi cadono,
i tremuoti rupi ombrose,
fragile,
labile,


palpita,
scapita
carne di terra,
chi in sé rinserra
la polve
e involve
morte, che vien anco a le tombe annose.









L'orologio
di Tommaso Gaudiosi

Chi m'intima la morte a suon di squille?
E chi 'l tempo misura al viver mio?
Dovria bastar che 'l luminoso Dio .,
terminasse il mio dì con sue faville.

Dovria bastar che l'oriuoh da ville
tripartisse il mio dì col suon natio;
pur nuovi ordigni apparecchiar vegg'io
di mia vita a turbar l'ore tranquille.

Se le misure tue son pur sì corte,
tempo, a che giova: Il mio mortal soggiorno,
ov'ho sempre a temer l'ultima sorte?

Che si mora una volta. Egli è men forte
una volta morir che'n un sol giorno
sentir dodici volte "ecco la morte".




Orologio de' Mori in piazza di S. Marco
di Cristoforo Ivanovich

Questa dì marmo altier turrita mole
che steropi di bronzo ha, per custodi,
e qual orbe rotante in vaghe frodi,
nel suo zodiaco alterna i moti al sole.

Rocca è, mortali, ove tiranno suole
vantarsi il tempo in più fastosi modi;
delle ruote dentate in ferrei nodi
lacerato in momenti il dì si duole.

Del concavo metal lo spirto ignoto
dall'etiope man prende loquace
a' colpi del martel la voce e 'l moto.

Se la squilla fatale ognor non tace,
ahi, dal sonno vi desta: e vi fa noto
che col suon sen va l'età fugace.





Orologio da sole
di Ciro di Pers

Con l'ombra sua del sole i giri immensi
misura un lieve stile al sole esposto,
e ben di questo dì che muor sì tosto
l'ore con l'ombra misurar conviensi.

Di quell'ombra al girar forza è ch'io pensi
che co' suoi passi al tumulo m'accosto,
né m'è 'l tenor di quelle note ascosto:
parlan del mio morir con chiari sensi.

Saette son, ch'avventa arco di morte,
quelle linee ch'io miro, e 'n van riparo
di tempra oppongo adamantina e forte.

A lo splendor del sol veggo pur chiaro
che del giorno vital l'ore son corte,
e ch'io son vanità da l'ombra imparo.




Risvegliatoio
di Giovan Leone Sempronio

Non più veglio tiranno a dura cote
va l'antiche affilando armi lunate,
ma, valletto de l'uom, squille argentate
sol per scotergli il sonno il tempo scote.

Quinci colme d'oblio, di sensi vote,
liete dormon le genti ore beate,
poich'a lor prò d'acuti denti armate
fa bell'arte vegliar schiere di rote.

MortaI, non superbirne. Ei non isdegna
servirti, è ver, ma nobil frode è questa:
ti serve il tempo e nel servirti ei regna,

ti toglie al letto ed a l'avel t'appresta,
e mentre un sonno eterno al fin disegna
farti l'empio dormir, quinci ti desta.





Orologio che dorme
di Giovan Leone Sempronio

Il tempo dorme e la volubil mole
che l'ore addita, ecco si giace immota;
sonnacchiosa languir veggio ogni rota
ne l'apre sue, né più girar qual suole.

Ma se pur vien che men leggiero ei vole,
e se 'l ferro fatal men franco arrota,
mentre se stesso in su le sfere ei rota,
veglia in sua vece a segnar l'ore il sole.

Ahi, quanto il tuo pensier vaneggia ed erra,
sciocco mortal! Benché dal sonno al pondo
soggiaccia il tempo, ei pur le vite aterra.

Tace, e tacendo è per tuo mal facondo,
dorme, e dormendo al viver tuo fa guerra,
gela, e gelando incenerisce il mondo.

 

Letto volte.

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