
Ogni giorno nasce un poeta, anche il 14 marzo nacquero dei poeti
eccone alcuni
il 14 marzo 1823 nacque il francese

Théodore de Banville
....Ma che sia
un eroe sublime o grottesco,
O Musa che dia la caccia agli avvoltoi
O s'abbassi a far qualche esercizio
sulla corda funambolesca,
Tribuno,profeta o pagliaccio,
sempre sfugge con sdegno
le vie che la folla frequenta;
Lui cammina sulle fiere sommità
O sulla corda ignobile: però
Ben al di sopra dei volti della folla....
(....)
Più lontano!Più in alto! Vedo ancora
Speculatori con occhialini d'oro
E critici, e belle signorine,
e realisti in fiamme.
Più in alto! Più lontano! Aria! Azzurro!
Un paio d'ali! Un paio d'ali! D'ali!
Alfine, dal suo abietto palcoscenico,
Il clown saltò su in alto...
Sfondò perfino il soffitto di tela
Al rullar del tamburo, al suon del corno
E - il cuore divorato dall'amore -
andò a fare capriole fra le stelle.
Théodore de Banville (1856)

il 14 marzo 1888 nacque l'italiano

Auro D'Alba
Schiavi di Abruzzo
Ho ritrovato il mio vecchio paese
dove la posta arrivava
una volta alla settimana,
il mio povero vecchio paese
con le vie strette strette
e la piazza senza fontana;
ma dentro le antiche mura
a picco sul monte
vedi il cuore negli occhi della gente
scopri l’occhio di Dio all’orizzonte.
Della fatica volontaria Schiavi
diedero il nome gli antenati al monte;
nome duro scavato nel profondo
dei milleni, nel solco
arido, quando i primi patriarchi
da frontiere aborigene discesi
scelsero per la lotta queste alture:
solitudini amare abbandonate
dai pavidi ai più forti.
Vive il bifolco per la terra ingrata
e fra le pietre semina e raccoglie
fin sulle vette più vicine del cielo:
per ogni goccia di sudore un chicco di grano, grano avaro
più che al sol, maturato alla preghiera.
Ma quando è primavera
e di luce s’inebriano le nevi
la catena dei monti apre le braccia
come un invito a chi fatica: Pace!
e la Maiella ancora immacolata
saluta i nostri morti alla frontiera.
Auro D'Alba

e il 14 marzo 1961 nacque un altro italiano

Antonio Santori
La linea alba
Non cercavo la fine, non era la morte
l’improvvisa atmosfera, cercavo la ciurma rarefatta
e il vento della creazione, il niente che si scopre
dietro la vita, dietro l’amore.
Perché ci sono spazi enormi da riempire
che sono spazi da inghiottire. Ci sono luoghi che dormono,
come strumenti in attesa dentro le casse,
luoghi di carne, di mascelle spalancate,
luoghi di sgomenti e di resa, luoghi dell’amore.
Ma sempre, sempre, dietro gli occhi di ognuno
ci sono gli occhi di un altro che guardano la fine:
le nasse ammonticchiate, prossime al sussulto,
lo stupore dentro l’acqua delle ostriche
invasate dalla luce, nostro identico culto
sotto le stelle.
Perché ci sono occhi da respingere
che sono occhi da accogliere.
Ci sono volti che nascono sotto i nostri corpi
e si nascondono tra le coperte
e altri disperati che si confessano e si dileguano,
dolcemente. E sempre, sempre, ogni gesto del chiarore
è un gesto dell’ombra, come lo sguardo separato
delle donne, quando aprono le gambe, lentamente.
Tutto si divincola tutto è in fuga.
Nessuno può parlare di ricordi.
La mano fasciata da un fazzoletto gigante,
legato in fretta, il soffio forte della nascita
l’ultimo giorno di dicembre, il respiro
di mio padre nella morte vigilata,
una salvietta sporca in un ristorante.
Nessuno può parlare di ricordi.
Rimane solo il senso di uno smarrimento,
l’incredibile rifugio delle cose
che crediamo di spostare, il senso della fine,
il vero sentimento.
Antonio Santori
Letto volte.