Louis-Philippe Dalembert

Stagioni
A volte i miei sensi cercano
l’uomo
dietro le parole
l’uomo di burrasca e di sismi ardenti
dietro l’invisibile delle stanze
di nebbia
da quale pioggia scrivere
i rumori che urtano il mio corpo
all’avvicinarsi dell’invisibile
da quale nube spenta dire l’essere
aggrappato ai suoi ricordi
a volte
fu un eterno fanciullo dell’estate
che avrebbe voluto conoscere l’uomo
di bufere e di sismi taciuti
ma questo slancio dell’essere
nell’aldilà di me stesso
nell’aldilà di noi stessi
impercettibile
fluire che confonde le stagioni
del dire
quale parola lo strazio
quale parola quest’uomo dell’inverno
sconosciuto all’infanzia?
a volte
posta al di sopra dei proiettili
valzer dell’inconsumabile follia
una seggiola di paglia
ai piedi di un acagiù marino

Io non ho mai detto papà
Io non ho mai detto papà
e non lo dirò mai
io non ho oggi
più vergogna di dirlo
il tempo è passato
in cui stringevo la tua assenza
nelle pieghe
del mio imbarazzo
del mio pudore vasto e secco
come un abbraccio paterno
il tempo è passato
ma mi capita ancora
di cercare questa parola
o un’altra che le somigli
ciò mi capita a volte
al volgere di un incubo
o perché non ho saputo
sconfiggere le tenebre
sotto i miei passi
e quando la mia mano crede di trovarlo
è per richiudersi
sulla polvere
dei miei balbettii
echi vuoti dei miei passi d’uomo
non ho mai detto papà
e non lo dirò mai
io non ho più
vergogna di dirlo
il tempo è passato
oggi a chi dirlo?
queste voci sorde dell’assenza
dietro la loro maschera di noncuranza
queste tenebre di un blu abissale
il timore del vuoto anche
nessun braccio mai
sarà abbastanza forte
per rinviarli
al grido primario
io non ho foto d’ infanzia
insieme non ne avremo mai
di te io non ho che questo cliché
del matrimonio dove i miei sogni orfani
tracciavano invano
il colore del tuo sorriso
il tempo è passato
in cui temevo la sua assenza
il tempo è passato
io l’ ho poi ritrovato
negli occhi di mio figlio

Témoignage
Un giorno
ho spinto le porte
dell’alba
e mi sono seduto
sotto una veranda
di fronte al mare caraibico
con per unica compagna
una piccola sedia di paglia
che inganno a intervalli
che inganno a volte
le sere di acquazzoni violenti
quando i lampi
hanno cessato il loro dialogo
con una sedia a dondolo
di paglia e le stelle aspre
di un rum di canna
e là
di fronte al mare
i nostri conciliaboli muti
aspettano ogni volta
di ritornare all’infanzia
del suo vagabondaggio
all’adolescenza anche
delle sue utopie che tardano ad estinguersi
un giorno
ho spinto le porte dell’alba
da allora vedo il mondo
attraverso i suoi raggi
pallidi d’ombra e blu di notte
senza le effusioni
delle mie ferite
quel giorno
di fronte al mare caraibico
ho sognato
di una poesia
che da nessuna parte comincia
o allora dall’infanzia
e da nessuna parte finisce
jacmel, 13/07/2006

Stagioni
A volte i miei sensi cercano
l’uomo
dietro le parole
l’uomo di burrasca e di sismi ardenti
dietro l’invisibile delle stanze
di nebbia
da quale pioggia scrivere
i rumori che urtano il mio corpo
all’avvicinarsi dell’invisibile
da quale nube spenta dire l’essere
aggrappato ai suoi ricordi
a volte
fu un eterno fanciullo dell’estate
che avrebbe voluto conoscere l’uomo
di bufere e di sismi taciuti
ma questo slancio dell’essere
nell’aldilà di me stesso
nell’aldilà di noi stessi
impercettibile
fluire che confonde le stagioni
del dire
quale parola lo strazio
quale parola quest’uomo dell’inverno
sconosciuto all’infanzia?
a volte
posta al di sopra dei proiettili
valzer dell’inconsumabile follia
una seggiola di paglia
ai piedi di un acagiù marino

Io non ho mai detto papà
Io non ho mai detto papà
e non lo dirò mai
io non ho oggi
più vergogna di dirlo
il tempo è passato
in cui stringevo la tua assenza
nelle pieghe
del mio imbarazzo
del mio pudore vasto e secco
come un abbraccio paterno
il tempo è passato
ma mi capita ancora
di cercare questa parola
o un’altra che le somigli
ciò mi capita a volte
al volgere di un incubo
o perché non ho saputo
sconfiggere le tenebre
sotto i miei passi
e quando la mia mano crede di trovarlo
è per richiudersi
sulla polvere
dei miei balbettii
echi vuoti dei miei passi d’uomo
non ho mai detto papà
e non lo dirò mai
io non ho più
vergogna di dirlo
il tempo è passato
oggi a chi dirlo?
queste voci sorde dell’assenza
dietro la loro maschera di noncuranza
queste tenebre di un blu abissale
il timore del vuoto anche
nessun braccio mai
sarà abbastanza forte
per rinviarli
al grido primario
io non ho foto d’ infanzia
insieme non ne avremo mai
di te io non ho che questo cliché
del matrimonio dove i miei sogni orfani
tracciavano invano
il colore del tuo sorriso
il tempo è passato
in cui temevo la sua assenza
il tempo è passato
io l’ ho poi ritrovato
negli occhi di mio figlio

Témoignage
Un giorno
ho spinto le porte
dell’alba
e mi sono seduto
sotto una veranda
di fronte al mare caraibico
con per unica compagna
una piccola sedia di paglia
che inganno a intervalli
che inganno a volte
le sere di acquazzoni violenti
quando i lampi
hanno cessato il loro dialogo
con una sedia a dondolo
di paglia e le stelle aspre
di un rum di canna
e là
di fronte al mare
i nostri conciliaboli muti
aspettano ogni volta
di ritornare all’infanzia
del suo vagabondaggio
all’adolescenza anche
delle sue utopie che tardano ad estinguersi
un giorno
ho spinto le porte dell’alba
da allora vedo il mondo
attraverso i suoi raggi
pallidi d’ombra e blu di notte
senza le effusioni
delle mie ferite
quel giorno
di fronte al mare caraibico
ho sognato
di una poesia
che da nessuna parte comincia
o allora dall’infanzia
e da nessuna parte finisce
jacmel, 13/07/2006

Oh leïla
Mia sorella mio amore
mia isola mia leggenda
fiume dell’eterno ritorno
miraggio in deserto di erranza
che mai non si estingue
isola bilancia
tra fuoco e acqua
isola siepe di fuoco
sotto vento che infrange
la potenza del mare
nel rovescio del giorno
l’ombra si costella di luce
il tuo corpo
nella tenda del desiderio
riflessi d’alba e d’acqua
che trillano la notte
e il mio sguardo
in ibrido di te stessa
nel rovescio del giorno
mia sorella mio amore
(di) quale ombra scintilla
la luce
isola in una notte
attraversata di sole
isola che ferma il vento
ai miei occhi di nomade
blu
il cielo e la terra
nei tuoi negantisi
dove spogliarsi se non
nel ritorno delle onde
si cancella l’orizonte dell’essere
in noi si cancella
ciò che rimane
oh voluttà
versione italiana in “Dieci poesie (Errance)”.
Quaderni di via Montereale, 4. Pordenone, 2000.

Duna
Duna d’una
bellezza che radicano
il tempo e le leccate
del vento
mani di sabbia in pioggia d’ire
oh labbra
che fischia(no) il caldo e
l’orrore
in stralunamento di adorazione
cuori flessi
in delirio d’assenza
bufera oh nuvola
quali radici se non di sabbia
nel vento movendo
duna/ove
muoiono passi
usati
e poi laggiù
alla fine del tempo
scintilla l’acqua
sfidando lo spazio
(deserto di assuan, 12/6/1995)

Louis-Philippe Dalembert nasce l’8 dicembre 1962 a Port-au-Prince, Haiti. Grande viaggiatore, i suoi recapiti si susseguono e non sono mai gli stessi. Uomo-tartaruga, come si definisce lui stesso, Dalembert trascina il suo sogno di ritorno al paese natio dall’Europa all’Africa del Nord, dal Medio Oriente all’Africa Nera, passando per le Americhe el Nord e del Sud, e per gli altri paesi dei Caraibi.
Per otto anni (1986-94) fissa la sua base a Parigi dove realizza gli studi universitari mentre svolge ogni genere di lavori prima di approdare al giornalismo, professione che già esercitava ad Haiti nei difficili anni che precedettero la caduta di Duvalier (Baby Doc). Come tanti altri giornalisti dell’epoca fu oggetto di minacce – dormiva fuori casa una notte su due – finché la radio dove lavorava fu chiusa e lui decise di partire e tentare sorte all’ estero.
Durante questi avvenimenti, e ancor più negli anni dell’erranza, lo sorregge l’attività di scrittore, in particolare la poesia. Grazie ad essa, soggiorna una prima volta a Roma nel 1994-95 ospite della prestigiosa Villa Medici. Dopo una decina d’anni trascorsi all’estero, finalmente il ritorno tanto desiderato. Ma, tra disinganno e delusione, il ritorno al paese natio non dura più di un anno. Un viaggio di vari mesi sulle Ande lo aiuta ad allontanarsi dalla politica. Fruitore di una borsa di residenza UNESCO-Aschberg, soggiorna a lungo a Gerusalemme, da dove visita per la seconda volta la Palestina, l’Egitto e la Giordania, regione che influisce notevolmente sulla sua poesia.
Louis-Philippe Dalembert, è diplomato alla Scuola Normale Superiore di Port-au-Prince, diplomato alla Scuola Superiore di Giornalismo di Parigi ed è autore di una tesi di dottorato in letteratura comparata sullo scrittore cubano Alejo Carpentier (Université Paris III-Sorbonne Nouvelle). Alla Dall’ottobre 1997 Louis-Phlippe Dalembert è stato Vicesegretario Culturale dell’Istituto Italo-Latino-americano di Roma.
Ora vive a Parigi.
Letto volte.