La vita quotidiana è dominata dal potere e dalla sopraffazione. Nei rapporti aziendali, spesso, molti superiori provano un acre piacere ad affermare il loro potere sui sottoposti. Nei rapporti con i colleghi c'è competizione per la gerarchia e il rango. Tutto il sistema professionale è costruito come ascesa nella scala del prestigio e del potere. Anche le cose che appartengono allo svago, al divertimento, sono strumenti di affermazione sociale. Un party, per esempio, è anche un’esposizione in cui ciascuno cerca di mettersi in vista. I partecipanti si riuniscono a gruppetti per giudicare gli altri. È in questo modo che viene elaborata la valutazione sociale e si costituiscono le gerarchie di prestigio. Non si tratta, però, di una valutazione obiettiva e disinteressata. I gruppi sono coalizioni che si formano per combattere gli avversari, per scacciare i concorrenti. A questo serve la maldicenza: ad aggredire collettivamente l'assente, per metterlo fuori gioco. Il desiderio di potere, di emergere, il bisogno di dominio, sono presenti anche nelle relazioni familiari, fra coniugi, fra persone che si amano. Nelle coppie vi è una continua, sottile schermaglia in cui ciascuno si afferma ai danni dell'altro, lo fa sentire in colpa, lo umilia. A volte, dopo il periodo incandescente dell'innamoramento, sembra non restare altro che questo bisogno di sopraffazione e di rivalsa. Di certe coppie ci si domanda se siano più legate dall'amore o dal desiderio di vendetta; dal desiderio di tenere l'altro legato, prigioniero e avvilito. Vi sono persone che hanno così tanto ceduto ai loro desideri aggressivi e di dominio che sono diventate, per i loro congiunti o per i loro dipendenti, dei veri e propri despoti. Qualunque cosa l'altro faccia, anche se perfetta, anche se ammirevole, non fanno mai un elogio pieno. Scoprono qualche difetto, infieriscono su un particolare insignificante e, in quel modo, distruggono il valore di tutta l'opera. Mettono il loro interlocutore in condizione di sentirsi sempre in fallo, sempre colpevole. Come la più cupa morale della controriforma cattolica, che teneva inchiodati col terrore i credenti perché, anche se la loro vita era stata santa, bastava un peccato all'ultimo istante per essere condannati ai tormenti eterni. Bastava un nulla una disattenzione, una debolezza, ed era finita. Ma anche senza arrivare a questi estremi di crudeltà psichica, nella vita quotidiana capita, spesso, che una nostra gioia venga avvelenata da un’osservazione, da una battuta fatta da chi ci sta vicino. A prima vista queste cose sembrano casuali, ed invece sono sottilmente intenzionali, sono fatte apposta per rovinare il piacere, per far soffrire. È da questo mondo meschino e dal suo peso quotidiano che l'amicizia ci libera.

L'amico è, per definizione, colui che non si comporta in modo meschino con noi. Se qualcuno che noi consideriamo amico fa delle battute che ci disturbano, se ci rovina la gioia del successo, se, con le sue osservazioni, ci mette in imbarazzo, allora possiamo stare sicuri che costui, qualunque cosa dica, non è nostro amico. Lo stesso vale per la maldicenza. Un amico non sarà mai maldicente verso di noi. Se gli altri si riuniranno per sparlare di noi, o ci difenderà o se ne andrà immediatamente. Non si fermerà nemmeno ad ascoltare per poi venircelo a riferire. Chi fa così, chi viene continuamente a riferirci le malvagità che gli altri hanno detto nei nostri riguardi, prova piacere a farlo e, perciò, non è nostro amico. Nell'amicizia non c'è posto per la sopraffazione e per Il potere, nemmeno per il misero potere quotidiano, nemmeno per la piccola malvagità. Gli amici sono magnanimi l'uno nei riguardi dell'altro; sono dei gran signori. D’istinto escludono tutto ciò che potrebbe disturbare questa grandezza. L'incontro con l'amico, perciò, interrompe la trama compatta e avvilente della vita quotidiana. E’ un momento di pace e di serenità olimpica al di sopra degli intrighi e dei complotti. La vita quotidiana è dominata dall'ambivalenza verso gli altri, come verso noi stessi noi, spesso, proviamo un sentimento unico, sia esso amore o odio, ma le due cose mescolate. Amiamo e odiamo nello stesso tempo. Secondo la psicoanalisi freudiana noi possiamo rappresentare gli investimenti dell'eros e dell'aggressività come delle cariche positive o negative. Positivo l'eros, e negativa l’aggressività. Un oggetto d'amore (per esempio la persona che amiamo, nostro figlio, o nostra madre, ma anche la nostra patria la nostra chiesa) è stabilmente investito di cariche positive. Più l'oggetto è importante, più cariche vi sono accumulate. Un nostro nemico personale, oppure il partito politico avverso, i criminali, tutto ciò che ci è sgradito, che odiamo in modo stabile, sono invece oggetti investiti stabilmente di cariche negative. Una relazione non ambivalente è quella in cui l'oggetto è investito solo di cariche positive o solo di cariche negative: è o totalmente amico, o totalmente nemico. Che ci sia o non ci sia ambivalenza è estremamente importante dal punto di vista del principio del piacere. Secondo Freud noi proviamo piacere tanto se esprimiamo il nostro amore come se esprimiamo la nostra aggressività. Il guerriero è felice sul cadavere del nemico ucciso, così come l'amante è felice fra le braccia dell'amata. La felicità del guerriero dipende dal fatto che la sua aggressività ha potuto scaricarsi su un nemico, cioè su un oggetto stabilmente investito di cariche negative. La felicità dell'amante dipende dal fatto che le braccia che lo accolgono sono quelle di un essere investito positivamente. Il guerriero sarebbe infelice se avesse ucciso l'amato e l'amante sarebbe infelice se fosse abbracciato dal nemico. Questo fatto elementare ma fondamentale, può essere descritto nel seguente modo: si produce piacere solo quando le cariche si rivolgono a oggetti investiti stabilmente con cariche dello stesso segno. Ogni volta che l'aggressività si rivolge ad oggetti d'amore noi proviamo sofferenza, per esempio sotto forma di rimorso. Ogni volta che l'eros si rivolge ad oggetti negativi, noi proviamo rabbia, collera contro noi stessi. Possiamo ora comprendere perché l'ambivalenza sia fonte di sofferenza. Essa ci impedisce di provare il piacere dell'aggressività e dell'amore nella loro forma pura. Se siamo ambivalenti, quando amiamo, desideriamo anche fare del male alla persona amata; poi ci sentiamo in colpa, sentiamo il bisogno di riparare. L'ambivalenza è disordine, entropia. Negli esseri viventi la sua crescita significa malattia, morte. Probabilmente l'ambivalenza (entropia) nell'essere umano provoca essa stessa una sofferenza. Perché la nostra vita quotidiana è dominata dall'ambivalenza? Proprio a causa dell'importanza di alcuni nostri oggetti d'amore. La madre ama i suoi figli. Deve però vivere sempre con loro, prendersene cura ogni momento, anche quando è stanca, anche quando non ne ha voglia. La scelta di essere madre la condiziona, le impedisce di essere altre cose. I bambini la realizzano come donna, ma costituiscono anche un ostacolo per la sua crescita personale in altri campi. L'ambivalenza nasce in questo modo, a poco a poco. La madre ama i suoi figli ma, nello stesso tempo, accumula dentro di sé risentimento. Lo stesso avviene fra figli e genitori. I figli hanno bisogno dei genitori perché questi li nutrono, si prendono cura di loro e costituiscono i loro oggetti d’identificazione. Però limitano anche la loro libertà, proibiscono la libera manifestazione degli impulsi. L'ambivalenza si addensa in tutti gli spazi della vita quotidiana. In ufficio fra colleghi, nei riguardi dei superiori, verso i vicini. Però produce sofferenza solo quando riguardale persone emotivamente importanti. E facile tener separati i sentimenti verso chi ci è quasi indifferente. Costui ci è simpatico e l'altro no, non c'è problema. Invece non possiamo evitare la mescolanza dei due sentimenti quando siamo legati a quella persona, quando ci è indispensabile, quando la vogliamo sempre vicino. L'ambivalenza è la malattia dei rapporti forti, tanto più penosa quanto più forte, solido, è il legame. La sofferenza provocata dall'ambivalenza è direttamente proporzionale all'investimento totale dell'oggetto. L'amicizia è l'unico rapporto affettivo incompatibile con l'ambivalenza. Abbiamo già visto che, nell'innamoramento, noi possiamo odiare la persona amata. Possiamo essere ambivalenti nei riguardi dei nostri genitori o dei nostri figli. Non possiamo invece essere ambivalenti nei riguardi degli amici. Se lo diventiamo, l'amicizia ne soffre e, se l'ambivalenza continua, si spegne. È questo, probabilmente, il motivo per cui gli amici preferiscono vedersi. di tanto in tanto, quando ne hanno voglia, piuttosto che vivere insieme. Una convivenza continua crea, inevitabilmente, dei motivi di dissapore, di risentimento, piccole cose che però, sommandosi, possono diventare grandi. La convivenza tende a consolidare i rapporti affettivi ma, nello stesso tempo, divide. Gli innamorati scelgono questa strada e questo rischio perché tendono alla fusione. L'amicizia, invece, preferisce rinunciare alla fusione a favore dell'incontro. L'incontro è sempre positivo. Se l'amicizia è una filigrana di incontri, non è ambivalente. È questo il motivo per cui, nell'incontro con l'amico, proviamo un senso di liberazione intellettuale ed emotivo. L'amico è chiaro, trasparente, non è doppio. L'incontro con l'amico è un'isola di limpidezza nell'opacità dell'ambivalenza, è un intervallo totalmente positivo in un continuum di equivocità. È impossibile vivere quotidianamente senza ambivalenza. L'ambivalenza è il prodotto dell'esistenza di stabili rapporti con gli oggetti. Però possiamo avere dei rapporti in cui l'ambivalenza è ridotta o addirittura assente. L'amicizia è il sentimento non ambivalente per eccellenza. Il più separato dalla realtà, dall’ottusità quotidiana.
Francesco Alberoni
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